#105 Coltivare la bibliodiversità
Il primo numero estivo dedicato alla bibliodiversità che abbraccia la dissidenza. Tre persone che stimo consigliano una lettura queer che per loro è stata significativa.
L’ultimo numero di Ojalá era un rifugio climatico, quello prima una conversazione tra amiche che avrei voluto avere molto tempo fa.
In questo episodio:
Un’insegnante di lettere che ha rafforzato la mia ricerca della bibliodiversità.
Cosa vuol dire bibliodiversità, oggi.
Ho chiesto a sei persone che stimo di aiutarmi a creare una mappa dell’universo queer che abitiamo attraverso i libri. Oggi trovi i primi tre contributi: grazie a Marzia D’Amico, Roberta Cavaglià e Arianna Ciccarelli.
Letture e visioni che ti consiglio: un libro che è stato bandito, il canone letterario forgiato dalla scrittura maschile, l’autobiografia che mi ha catapultata nella storia delle e dei nipoti delle Abuelas de Plaza de Mayo.
(In copertina: Scorcio della libreria El Ateneo Grand Splendid di Buenos Aires, una delle più grandi del Sud America. Fino al 2000 era un teatro. Io l’ho visitata nel 2014.)
Gira pagina e iniziamo. 📚📚
Durante i primi due anni di liceo ho avuto un’insegnante di lettere che di cognome faceva Perra (come la mia canzone preferita di Rigoberta Bandini, penso oggi ridendo sotto i baffi).
Era un’insegnante “anomala” per il mio liceo di provincia di fine anni ‘90: frizzante, con due grandi occhiali dalla montatura nera, le piacevano i rossetti rosso carminio e smontare le gerarchie. I suoi metodi di insegnamento erano poco usuali, se comparati a quelli seguiti nelle altre classi. Negli anni in cui la Sardegna era tra le regioni più all’avanguardia nella connessione web, lei ci incoraggiava a scoprire il digitale, a fare ricerche su Internet e ad approcciare lo studio con spirito curioso e indipendente.
Perra era una fan della bibliodiversità e ci teneva a smontare l’idea che esistessero letture “alte” e “basse”, quelle adatte a un liceo classico e quelle che no.
E infatti una delle differenze più grandi, ricordo, la fece proprio con le sue proposte di lettura per l’estate. Mentre le altre classi si erano viste assegnare le solite tragedie greche più i romanzi classici italiani e anglosassoni, la nostra lista di letture raccomandate era decisamente più variegata. Spaziava per generi e continenti di provenienza. Conteneva Cronaca di una morte annunciata e Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez; Il socio di John Grisham; La ragazze di Bube di Carlo Cassola; Siddharta di Hermann Hesse e Il profeta di Kahlil Gibran.
Avevo quindici anni, e quei consigli di lettura hanno piantato nuovi semi nella lettrice curiosa e fuori dagli schemi che stavo diventando. Da bambina passavo ore in biblioteca, e la libreria di casa era un territorio di titoli tutto da esplorare. Ma è stata quella lista estiva ad aprirmi a una letteratura multiculturale e plurale — sicuramente più accessibile oggi, ma tutt’altro che scontata nella provincia campidanese del 1997.

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Un numero di Ojalá bibliodiverso
Bibliodiversità è la diversità del pensiero, delle lingue, delle voci e delle forme nel mondo del libro.
Il termine nasce in ambito editoriale, ispirato al concetto di biodiversità, e comincia a circolare con forza negli anni ’90 in America Latina, in particolare in Cile. A dargli slancio è il movimento degli editori indipendenti latinoamericani; da lì il tema della bibliodiversità attraversa l’oceano, si diffonde a livello internazionale e conquista perfino una giornata dedicata: il 21 settembre, primo giorno di primavera nell’emisfero sud.
Oggi questa parola non significa solo puntare i riflettori sulla varietà nei generi o nei cataloghi, ma una pratica attiva di resistenza contro l’omologazione culturale, l’accentramento editoriale e il performativismo che appiattisce le scelte di lettura.
Bibliodiversità è anche riconoscere il valore della pluralità delle identità, dei corpi e delle esperienze che prendono voce nella scrittura.
E quindi: questo numero di Ojalá e il prossimo sono dedicati alla bibliodiversità che abbraccia la dissidenza — di genere, affettiva, identitaria.
Troverai storie che non si piegano alla norma, ma che si esprimono in tutta la loro complessità in modi a volte scomodi, altre volte luminosi, sempre necessari.
Ho chiesto a sei persone che stimo di consigliarmi una lettura queer che per loro è stata significativa. Come ho scritto nell’email con cui le ho invitate a contribuire al numero che stai leggendo, «può essere un libro che ti ha fatto sentire vistə, che ti ha dato strumenti per vivere meglio una relazione, che ti ha confuso in modo fertile, che ti ha acceso desideri nuovi o semplicemente è rimasto con te.»
Oggi ti presento i primi tre contributi: grazie infinite a Marzia D’Amico, Roberta Cavaglià e Arianna Ciccarelli per aver pescato nelle loro librerie ed essersi prese il tempo di scrivere queste recensioni. 💙
Gender Queer: A Memoir, di Maia Kobabe
Consigliato da Marzia D’Amico
Marzia D’Amico fa poesia, ricerca, e traduzioni. Ha pubblicato Ragazz* Laser (Zona, 2025) e il manufatto poetico Liricologismo (Zacinto, 2023). Oltre agli articoli scientifico-accademici, poesie e contributi in lingua italiana e inglese sono presenti su diverse riviste cartacee e online, nazionali e internazionali. Traduce prosa, poesia e saggistica dall’inglese, e viceversa. Cura mensilmente la rubrica Autopoetica per Argonline, e, con due compagne, la newsletter transfemminista: Ghinea. Esiste circa ovunque e sempre online con il nickname atamarzia.
Perché proprio questo libro
Con oltre duecento tavole illustrate in uno stile limpido ma emotivo, Gender Queer: A Memoir (Oni Press, 2019) di Maia Kobabe – artista e autorə non binariə – intreccia diario personale e riflessione sull’identità di genere. Il segno grafico accompagna un racconto di formazione non lineare, fatto di deviazioni, ritorni e aperture.
Gender Queer non fissa un’identità, ma narra un processo: il tentativo continuo di nominarsi, scegliersi, immaginarsi.
Il suo centro narrativo è il tentativo: tentare parole, pronomi, espressioni, stili, immaginari.
Ogni etichetta provata – da “femminile” a “lesbica”, da “asessuale” a “non binariə” – si rivela al tempo stesso salvifica e provvisoria, una zattera momentanea più che un porto sicuro. Ne emerge una temporalità queer, “laterale” e discontinua, come la descrive Halberstam (In a Queer Time and Place, 2005): fatta di momenti che si rispondono fuori da ogni linearità. La narrazione spezza il ritmo classico del memoir, restituendo una temporalità vissuta, ma anche immaginata e reinterpretata, in cui ogni scoperta identitaria è anche un ritorno. Senza rinnegare versioni passate di sé, Kobabe le accoglie con rispetto, mostrando che l’identità è una pratica situata nel divenire. Attraverso il linguaggio del fumetto, Gender Queer diventa anche un atto politico: rifiuta la leggibilità binaria e rivendica uno spazio fluido, in continua trasformazione, che rinnega ogni stabilità costitutiva in nome dello scardinamento – una “queer way of being in the world”. La bellezza della queerness, in fondo, è tutta qui: non nel fissare chi si è, ma nel lasciare aperta la possibilità di rivolta e rivoluzione.
La seducción, di Sara Torres
Consigliato da Roberta Cavagliá
Roberta Cavaglià è giornalista e consulente in comunicazione. Scrive Ibérica, la newsletter che una volta a settimana ti porta in Spagna e Portogallo senza prendere l’aereo. Vive a Barcellona e le piace fare yoga, imparare lingue nuove, ballare e andare sui pattini (rigorosamente a quattro).
Perché proprio questo libro
La seducción di Sara Torres è spagnolo, inedito in italiano per ora, ma c’è speranza: Fandango ha pubblicato quest’anno il primo romanzo di questa autrice, Tutto quello che c’è.
È il primo romanzo in cui ho finalmente letto su carta le dinamiche — a volte molto sottili, quasi impercettibili — di una relazione tra donne. Torres è anche una poeta, e si vede, e in questo libro gioca con la lettrice attraverso una serie di espedienti narrativi molto efficaci.
Insomma, è un libro scritto bene, costruito bene, pensato bene: il libro saffico che ci meritiamo. (Alice ti dirà che Tutto quello che c’è, l’altro libro di Torres, è più bello: leggili entrambi e poi fammi sapere da che parte stai. Sì, stiamo tenendo i punti. E sì, siamo competitive).
[Emoji mia, Alice: 🤭
Ridacchio e sottoscrivo l’ultima parentesi di Roberta.]
Cinquecento milioni di stelle, di Mabel Morri
Consigliato da Arianna Ciccarelli
Dopo gli studi in Architettura, Arianna ha scelto la comunicazione digitale e, attualmente, l'AI generativa applicata alla creatività, di cui si occupa in Artdisk come direttrice creativa e consulente DEIA. Da bambina, sua mamma le raccontava miti della mitologia greca invece delle fiabe: il suo preferito era il mito di Arianna, con il suo filo e il Minotauro. Non a caso, il suo nickname è "Il file di Arianna" che descrive lei e la sua passione per il digitale.
Perché proprio questo libro
Ho scelto questa graphic novel di Mabel Morri (già autrice di altri fumetti), pubblicata nel 2013, che racconta lo spaccato di una storia d'amore la quale, dopo le reticenze dovute ai pregiudizi sociali sull’identità e sul proprio orientamento sessuale, avviene naturalmente, come dovrebbero sempre essere le storie intense, libere da costrizioni, convenzioni e identità di genere.
Il racconto descrive alla perfezione gli stati d’animo della protagonista, comprese le reticenze dettate dal timore di confrontarsi con emozioni che, seppur ben distinte, sono percepite come incanalate non nella “giusta direzione”. Della storia colpisce la dolce e languida naturalezza con cui le protagoniste realizzano la bellezza di vivere l'amore nella sua forma più essenziale, la consapevolezza della magia che succede tra due anime affini, indipendentemente dal genere o dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale.
La particolarità di questa graphic novel è l’essere stata una delle primissime pubblicate e vendute da una casa editrice di fumetti importante che racconta la relazione tra due ragazze, davvero argomento ancora inedito per l’epoca: tenendo conto del contesto di provincia (e non di città popolose, alcune già spettatrici di storie simili) di quasi 15 anni fa, non si fa fatica a immaginare quanto potesse essere importante la conferma dell’esistenza di uno spaccato reale a cui la generazione adolescenziale di quegli anni ha potuto fare riferimento, oltre la necessità di normalizzare, in più contesti sociali, legami che dovrebbero e devono essere percepiti e vissuti come ordinari, senza troppi pregiudizi che hanno, a volte — ancora tutt’ora — il potere di avvelenare le nostre esistenze di esseri umani.
Da un vecchio numero di Ojalá
Due anni fa, in un altro luglio molto caldo, scrivevo un numero di Ojalá in cui rivendicavo il diritto a essere intensa e il sollievo di poter condividere con altre persone certe cascate emotive, anche quando la comunicazione efficace fa cilecca:
Scrivevo:
In un contesto in cui, ancora troppo spesso, veniamo considerate esagerate, isteriche, troppo intense, poter contare su persone che condividono il nostro stesso terreno e le stesse geografie emotive è un salvagente importantissimo.
In quel numero di Ojalá consigliavo due libri:
Tutto sull’amore. Nuove visioni, di bell hooks, Il Saggiatore, 2022. La nuova edizione ritradotta e curata da Maria Nadotti, contiene anche un saggio intenso e personale della traduttrice.
Intensas, di Ana Requena Aguilar, Roca Editorial, 2023, non è stato tradotto in italiano. Piacerà a chi sa di essere intensa e vuole scrollarsi di dosso il senso di colpa instillato dalla società per questo sentire forte.
Letture e visioni per bibliodiversificare
Il libro che non dovrebbe esistere: la guerra contro Gender Queer: Un numero del 2022 di Jefferson - Lettere sull'America dedicato alla graphic novel di Maia Kobabe e alle rinnovate crociate del partito repubblicano statunitense sui diritti educativi dei genitori.
Leggevo solo libri scritti da maschi, e non lo sapevo: Enrica Nicoli Aldini riflette sulla quantità di libri scritti da autori maschi che hanno forgiato la sua storia di lettrice. E allora, che male ti hanno fatto?, si chiede:
Il problema infatti non è tanto ciò che avviene vivendo in mondi intellettuali creati per la maggior parte da uomini; è ciò che non avviene. Il problema è la miopia culturale: l’impossibilità di attingere a una diversità di vissuti in cui una pluralità di persone possono identificarsi, grazie a cui possiamo esperire emozioni che aiutano a salvare anche chi non si riconosce nell’esperienza di maschio bianco artificialmente eretta a universale.
La settimana scorsa le Abuelas de Plaza de Mayo hanno identificato il nieto (nipote) 140, un uomo di 48 anni che nacque nel centro clandestino dove erano imprigionati i suoi genitori, desaparecidos. Qui il breve e commovente video in cui Estela Carlotto e la sorella del nieto 140 ne annunciano il ritrovamento.
La storia delle Abuelas de Plaza de Mayo e il loro instancabile lavoro di ricerca delle nipoti e dei nipoti è uno dei miei interessi assorbenti. Il libro che mi ha calata nella loro storia, e poi mi ha portata a viaggiare a Buenos Aires per visitare alcuni dei luoghi di memoria del periodo della dittatura argentina, è l’autobiografia di Victoria Donda: Il mio nome è Victoria, tradotto da Silvia Bogliolo per edizioni Corbaccio, 2010.
L’autrice, Victoria Donda Pérez, racconta nel libro la sua esperienza come nieta apropiada — cioè rubata e data illegalmente a una famiglia di militari — e il percorso di ricerca delle sue origini. Qui una sua breve intervista che ripercorre la storia:Due anni fa ho dedicato un numero di Ojalá a una delle fondatrici delle Abuelas de Plaza de Mayo, Hebe de Bonafini:
Come suonerebbe questo episodio di Ojalá?
Tutta la musica che consiglio su Ojalá atterra su questa playlist collaborativa su Spotify. Che canzone assoceresti a questo episodio?
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Per questa settimana chiudo qui.
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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice










Grazie ancora per avermi coinvolta in questo numero speciale ❤️ e go team la seducción!! (P.s. Non sapevo della tua ossessione per le Abuelas, l'anno scorso ho letto un libro che me le ha fatte un po' mettere in discussione: La llamada di Leila Guerriero. Non ti spoilero nulla però così lo leggi (o l'hai già letto? :))
Ricordo che quando lessi "Gender Queer" di Maia Kobabe provai un senso di meraviglia per la rara intensità che restituiva nel raccontare la sua storia attraverso il codice del fumetto.
Il consiglio di Marzia D'Amico è perfetto, è un libro che straconsiglio a chiunque, e spero che BeccoGiallo lo ristampi presto (nel frattempo siano benedette le biblioteche).
Ci aggiungo un altro fumetto che osa sperimentare con disegni e parole, raccontando la storia di una persona intersessuale, che si confronta con un atto violento da parte di altre persone sul suo corpo e la sua identità: s'intitola "Polly", scritto da Fabrice Melquiot e disegnato da Isabelle Pralong (traduzione di Marta Capesciotti e Sarah Di Nella) per Settenove.