#108 La mia lingua, girare la tortilla
Le interferenze linguistiche del mio cervello plurilingue e l'auto-stigma quando non parlo come vorrei: perché continuo a rimproverarmi?
È di nuovo lunedì, com’è possibile? Sembra ieri che ho messo il punto all’ultimo numero di Ojalá dedicato all’importanza delle citazioni e al lavoro di Sara Ahmed!
Prima della pausa estiva, invece, avevo scritto di coltivazione della bibliodiversità e di conversazioni orecchiate da Camila Sosa Villada.
In questo episodio:
Durante un webinar che stavo dando in inglese è spuntata un’espressione in spagnolo, e sulle prime me ne sono rimproverata.
Da molti anni la mia quotidianità si esprime in più lingue, il mio idioletto si chiama itagnolo (ma è un nome riduttivo).
Nonostante siano fenomeni conosciuti e studiati nei cervelli plurilingue, ancora mi rimprovero quando nella mia comunicazione emergono le interferenze linguistiche.
Perché continuo a farlo? La risposta che mi do ha a che fare con il mio giudice interiore che parla la lingua del potere.
Gloria Anzaldúa, la sua creazione letteraria e mestiza, la lingua delle terre di confine.
Altre letture sul plurilinguismo, tra newsletter e progetti che demistificano il linguaggio.
(L’opera che fa da copertina per questo episodio su Substack è un ritratto di Gloria Anzaldúa dipinto da Angela Yarber per The Wholy Women Icons Project.)
Muy bien, iniziamo. 🍉
Edit: Nella prima versione di questa newsletter ho fatto un errore di battitura, che ho poi ripetuto qui e là, nel cognome di Gloria Anzaldúa. Mi mangio le mani, sai quanto ci tengo alla questione dei nomi, e mi scuso tantissimo per la distrazione.
Quest’anno sto collaborando a dei corsi sulla comunicazione inclusiva con ITCILO, centro di formazione che è parte dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Giovedì scorso ho tenuto il primo webinar della nuova stagione e ho presentato — in inglese — le strategie per introdurre i linguaggi inclusivi e accessibili quando si lavora in gruppi policulturali. Poco dopo aver spiegato le insidie della comunicazione in contesti multilingue, ho pronunciato l’espressione dar la vuelta a la tortilla. Così, di botto, in spagnolo, perché il mio cervello non è riuscito a trovare subito la traduzione di questo modo di dire.
Come ti giro la tortilla
Dar la vuelta a la tortilla vuol dire, letteralmente, girare la tortilla di patate, piatto delizioso della cucina spagnola (mio preferito dopo le patatas bravas).
Puoi usare l’espressione anche in senso figurato: dai la vuelta a la tortilla quando cerchi di capovolgere un risultato o l’esito di una conversazione a tuo favore.
Sì, proprio come il nostrano “girare la frittata”.
E allora, dicevo, nel mezzo di una conversazione in inglese il mio cervello non ne ha voluto sapere di trovare la traduzione: dar la vuelta a la tortilla era perfetto, l’efficienza della mia lingua quotidiana si è imposta sulla comprensibilità di quello che stavo dicendo. Mi è toccato poi parafrasare, trovare parole più larghe per rispiegare il concetto.
Una cosa da poco conto, un aneddoto pure simpatico in un contesto multilingue, ma sulle prime ci sono rimasta male e mi sono rimproverata: perché ho scelto proprio l’espressione nella lingua “sbagliata”? Cosa avranno pensato del mio inglese?
⏸️ Se sei tra le persone che sostiene Ojalá con un abbonamento annuale, nella biblioteca digitale delle risorse trovi anche le fonti che ho usato per il webinar sulla comunicazione inclusiva in contesti pluriculturali di cui ho appena parlato.
Da emigrata di lungo corso che comunica in più lingue ogni giorno, evitare le interferenze linguistiche è una corsa a ostacoli. E non sempre riesco ad accogliere gli inciampi, anzi, cado sull’auto-stigma. Il mio timore più grande, e quindi il rimprovero più frequente che mi faccio, è di star dimenticando come si parla correttamente italiano. 🫠
Non sempre riesco a zittire la vocina che mi rimbrotta per la parlantina frammentata, per le scelte lessicali, gli errori di battitura, o per la frequente incapacità di separare nettamente le lingue che abitano in contemporanea nella mia testa.
Il mio idioletto, l’itagnolo
Tra le lingue della mia quotidianità, quella dell’informalità e del sentirsi a casa, c’è l’itagnolo.
Questo nome, in realtà, non fa nemmeno fede al liquido intruglio che mescola l’italiano standard con sporadici sprazzi di sardo, lo spagnolo con incursioni della variante messicana e certi intercalare in catalano. In più, per descriverlo con ancora più precisione, dovrei trovare il modo di inserirci anche l’inglese che uso soprattutto per lavoro e il francese che non parlo quasi mai ma mi risuona spesso.
Ora mi è venuta voglia di disegnare la mia silhouette linguistica, ci devo pensare. Come sarebbe la tua? Valgono tutte le lingue, naturalmente, anche quelle che suoliamo chiamare “dialetti”.
Nella maggior parte delle occasioni abbraccio e rivendico questo mio itagnolo ampio, personale e peculiare versione della mia lingua di pancia; ma ci sono circostanze in cui, quando viene fuori nel contesto che reputo “non consono”, mi sento in difetto.
Eppure le neuroscienze cognitive e la psicolinguistica studiano e documentano da tempo comuni fenomeni linguistici come le interferenze e le co-attivazioni linguistiche.
Riprendo la definizione, abbastanza accessibile, della Treccani per il termine interferenza linguistica:
In linguistica, l’influenza che in singoli casi e come fenomeno individuale una lingua può esercitare su un’altra lingua in contatto, specialmente in soggetti bilingui, portando a modificazioni fonetiche, morfologiche, sintattiche o lessicali; così, per esempio, a un italiano potrà accadere di dire art nouvelle per art nouveau, dando al francese art il genere femminile dell’italiano arte; o di dire, per un erroneo calco, ma machine per ma voiture.
L’esempio che con cui ho iniziato la newsletter, invece, potrebbe essere più un segnale della co-attivazione linguistica, cioè del fatto che le lingue che conosco non "si spengono" mai del tutto: rimangono in sottofondo, si intrufolano nella comprensione, nell'elaborazione dei pensieri e pure, da ultimo, nelle parole che finisco per pronunciare.
Perché mi rimprovero, allora?
Domanda retorica, perché conosco bene la risposta.
Quando mi rimprovero perché non riesco a separare bene le lingue o a usarne una sola per volta, sto dando spazio allo sguardo interiorizzato che equipara il linguaggio alla correttezza. Un’idea artificiosa di correttezza linguistica che passa per la grammatica, la fluidità, l’accento, il registro.
È lo sguardo della scuola, dei voti nei temi di italiano, degli esami di lingua studiati sui manuali. Di chi negli anni dell’infanzia mi ha passato il messaggio che il sardo era una lingua “grezza” che “sporcava l’italiano corretto”. Ma anche lo sguardo delle amicizie e della famiglia in Italia che oggi mi prendono in giro, a volte bonariamente a volte meno, per i miei miscugli o il mio accento cangiante.
Con tutti questi sguardi interiorizzati, in caso di errore si attiva il mio giudice interiore che parla la lingua del potere e sminuisce quella dell’esperienza vissuta.
E se i miei errori fossero invece una traccia luminosa della mia traiettoria linguistica? E se invece di chiamarli sempre errori, mi ricordassi che a volte sono piuttosto dei cambi di codice che la mia mente adotta perché li trova più efficaci? Che sono un mio tratto identitario invece che un difetto da correggere?
Terre di confine, Gloria Anzaldúa
Mentre scrivevo di lingue che si mescolano e diventano altro, terreno ibrido e identitario con tutto il diritto di esistere, mi sono ritrovata a sfogliare le poesie di Gloria Anzaldúa.
Anzaldúa è stata una scrittrice, poeta, teorica femminista e lesbica, attivista culturale chicana, perché nata nel sud del Texas da origini messicane.
La sua opera più celebre, Borderlands/La Frontera: The New Mestiza (1987) è un testo indescrivibile che unisce diversi codici stilistici — prosa e poesia — e linguistici — inglese, castigliano, nahuatl, dialetto nord-messicano e texano-americano. Una lingua nuova, unica, lingua delle terre di confine, come la definí lei.
Questo suo capolavoro è stato tradotto in italiano da Paola Zaccaria e pubblicato da Black Coffee, ormai solo disponibile in ebook, con il titolo Terre di confine. La frontera. La nuova mestiza.
Dice Anzaldúa nella prefazione:
Lì, alla confluenza delle culture, le lingue s’impollinano reciprocamente e sono rivitalizzate; muoiono e nascono. Al momento questo linguaggio bambino, questa lingua bastarda, lo spagnolo chicano, non è ratificato da alcuna società. Ma noi Chicanos non sentiamo più il bisogno di chiedere il permesso per entrare, il bisogno costante di fare il primo passo – tradurre agli angli, ai messicani, ai latinos, mentre dalle bocche fuoriescono richieste di scusa a ogni passo. Oggi chiediamo che ci si venga incontro a metà strada. Questo libro è il nostro invito a voi – dalle nuove mestizas.
Perché io, una mestiza, non faccio che uscire da una cultura ed entrare in un'altra, perché io sono in tutte le culture allo stesso tempo, alma entre dos mundos, tres, cuatro, me zumba la cabeza con lo contradictorio. Estoy norteada por todas las voces que me hablan, simultáneamente. - Una lucha de fronteras / Una lotta di confini
La postfazione di Paola Zaccaria è poi un tesoro per chi si occupa di traduzione e ricostruzione dei linguaggi. Te ne trascrivo un passaggio:
Le parole usate dalla stessa autrice, da me eletta guida per affrontare i paesaggi traduttivi, sono di grande aiuto a chi s’imbarca nella lettura di Terre di confine: per lei, scrivere significa entrare in uno stato nepantla, uno spazio di mezzo, e comporre «los pedazos, los fragmentos, riarrangiandoli, cercando di ricavarne un senso. […]
Cos’è la traduzione se non uno smembrare il corpo del testo, la costruzione originaria, per rimontarla in un’altra lingua e in un’altra cultura, ricostituendone e contaminandone il senso?
Altre letture
Sbentiài (sardo), di Il dizionario di Mamma Babel. Sbentiài è una delle mie espressioni preferite in sardo, un imperativo calmante e confortante per una testa come la mia che va spesso in overthinking (pensa “troppo” e forte): Federica la spiega bene in questo bell’episodio della sua newsletter.
Altre tre belle newsletter che parlano di plurilinguismo e multiculturalismo sono: Paltò di Gaia Donati (l’episodio What’s your English? si lega bene a questo episodio di Ojalá); Parlo anch’io di Anna Aresi; Finestre sul Mondo di Elisa Rainolter, ideatrice di Sama Legge.
Quando un diritto fa notizia: l’esame di maturità in lingua sarda, di Federica Marrocu che riflette sulla storica minorizzazione del sardo e sul fatto che parlarlo in certi contesti viene bollato come atto coraggioso, anziché considerarlo un diritto.
A proposito di lingue locali e loro valorizzazione, il lavoro di DeVulgare che sta costruendo un’audioteca digitale con le registrazioni di tutte le lingue d’Italia è meraviglioso.
Demistifying Language è un progetto promosso dalla Fordham University, che ha l’obiettivo di rendere più accessibile il linguaggio e far cadere alcuni miti su cosa significhi scrivere in modo standard. Di recente, il progetto ha messo insieme studenti delle scuole superiori e dell’univerità per ragionare insieme sulle ingiustizie sociali che spesso vengono perpetuate attraverso il linguaggio cosiddetto standard, quello considerato corretto e appropriato. Questo bel pezzo di Sapiens spiega gli esiti della collaborazione:
Il Demistifying Language Project permette di condividere con insegnanti e studenti ciò che abbiamo appreso dalla nostra ricerca: il “linguaggio standard” non è migliore o più chiaro, è semplicemente il linguaggio delle istituzioni e delle persone potenti. La ricerca nelle scuole pubbliche ci dice anche che i programmi di studio standardizzati emarginano coloro che parlano altre lingue o varianti dell'inglese, dando valore solo al linguaggio ‘corretto’ o accademico.
Sto leggendo…
Linguicismo e potere. Discriminare attraverso la lingua, di Rosalba Nodari (Eris, 2025).
Come suonerebbe questo episodio di Ojalá?
Da quest’estate non uso più Spotify che, insieme ad altri grandi nomi, è entrata nel mio personale cassetto di prodotti e aziende da boicottare.
Nel caso non ne fossi al corrente, moltissime persone stanno abbandonando Spotify non solo per il suo discutibile modello economico ma anche per i recenti investimenti bellici del suo CEO Daniel Ek.
Io e la mia famiglia abbiamo scelto, per ora, di dare una chance a Deezer. Anche la playlist collaborativa di Ojalá si è spostata su Deezer.
Che canzone assoceresti a questo episodio? La mia è questa (lo so, non si troverà nelle piattaforme streaming, ma è un grande classico per chi studio lo spagnolo!):
Scrivimi la tua via email o nei commenti di Substack. 🎶
Per oggi chiudo qui, ci rileggiamo la prossima settimana!
Vuoi scrivermi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
Rispondi a questa email o scrivimi su ojala [at] aliceorru.me 📧
Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
Se ormai conosci Ojalá e apprezzi il mio lavoro, dai un’occhiata al piano a pagamento: con 40 euro sostieni questo progetto per un anno intero e hai accesso a tutte le risorse originali, passate e presenti, che condivido.
Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice







Mio figlio, adottato in Ungheria a febbraio 2025, sta "sovrascrivendo" l'italiano alla sua lingua di nascita. Nelle ultime settimane ha preso un piccolo vezzo, ovvero aggiungere la -t a molte parole italiane mentre parla.
In ungherese, ceppo ugrofinnico, il suffisso -t equivale all'accusativo.
È un percorso che vedrà sedimentazioni continue, tanto più che viviamo in Veneto, io sono milanese con origini versiliesi e romagnole, e spesso l'inglese si sovrappone all'italiano, in maniera esplicita o subdola, con costruzioni mentali e concettuali che in italiano sarebbero più complesse.
Sarà divertente in futuro!
Una volta ho letto una frase che suonava più o meno così: quando inserisci per sbaglio una parola di un'altra lingua mentre parli è perché "parli male" (nel senso di "conosci poco") entrambe le lingue. Ho sempre pensato che fosse una prospettiva un po' triste, allineata a un certo modo di fare educazione tipico della nostra generazione e del nostro Paese, accusatorio e poco stimolante. Preferisco al 100% vederla come da tua prospettiva!