#109 Ce l'abbiamo tutti
L'accento. Eppure rimane un veicolo di discriminazione linguistica.
🙏 Questo episodio di Ojalá inizia subito con delle scuse. Nell’episodio della scorsa settimana — #108 La mia lingua, girare la tortilla — ho reiterato un errore di battitura, scrivendo più volte Gloria Andalzúa invece che Anzaldúa. Ringrazio Paola Natalucci che me lo ha fatto notare subito dopo l’invio e mi scuso tantissimo per la distrazione: sai quanto ci tengo alla questione dei nomi e a scriverli correttamente. E nada, è andata così, procediamo.

In questo episodio:
Quattro frasi sentite spesso e il loro comune denominatore: l’accento come etichetta identitaria o elemento di gerarchizzazione.
Un filo che continuo a tirare dall’episodio della scorsa settimana, solo che oggi lo stigma viene da fuori, non dallo sguardo interiorizzato.
Linguicismo, accentismo e le discriminazioni che passano dalla lingua: un bel saggio breve divulgativo di Rosalba Nodari.
Una vecchia pubblicità progresso per capire subito l’impatto dell’accentismo; un episodio recente che evidenzia come criticare un accento sia spesso la scelta più facilona.
Altre letture e una breve performance video per continuare a discuterne.
Va, iniziamo. 🍉
Sei sarda? Ma non hai accento!
Sei sarda, vero? Eh, si sente dall’accento!
In Italia — dice un collega d’università a Siena — quella parola la pronunciamo correttamente.
Da dove vieni? Hai un bellissimo accento, ma non capisco una parola di quello che dici. Buona fortuna, vivi in pace.
Tutte frasi vere, dette a me e/o a persone che conosco, tranne l’ultima, di cui esiste video testimonianza e analisi grazie alla giornalista Barbara Serra.
Cos’hanno in comune queste frasi?
Usano tutte l’accento come etichetta identitaria o elemento di gerarchizzazione.
L’accento dice chi sei, riducendoti a una provenienza (e, a seconda della sua collocazione geografica, ai pregiudizi che ne conseguono).
Dice chi non sei, quando non ti adegui all’idea che le persone hanno di te (una sarda che non parla come certi personaggi degli sketch televisivi, ohhh!).
Serve a ricordare qual è il tuo posto nella gerarchia delle parlate considerate standard, “corrette” (come sanno bene molte persone del sud che si trasferiscono al nord).
L’accento, come nell’ultima frase di esempio, serve anche a mascherare da complimento paternalista una volontà di distanziamento, di abbandonare il campo per una presunta barriera linguistica intrisa di xenofobia.
Avevo già in mente di proseguire questo lunedì il tema delle discriminazioni che passano dalla lingua, dal modo in cui la parliamo alle sue sonorità.
Cosa significa parlare “correttamente” una lingua, nella società policulturale che abitiamo, e perché la scorrettezza percepita diventa un canale di esclusione?
La settimana scorsa ho scritto di come un’interferenza linguistica durante un webinar — sono passata dall’inglese allo spagnolo per mancanza (mia) di una traduzione immediata — mi abbia sulle prime fatto sentire in difetto: un aneddoto fresco per spiegare come muoversi tra più lingue, siano quelle di Paesi diversi o le lingue locali quando si sta dentro confini nazionali, non sia un sentiero dagli argini nettamente definiti. E per questo motivo non andrebbe deriso o stigmatizzato.
Il potere della lingua
I miscugli linguistici, le pronunce creative, la convivenza per efficienza di due lingue in una stessa frase, non sono per forza segnale di snobismo o di una cattiva conoscenza (per usare due esempi spuntati nei commenti alla scorsa newsletter) di uno, o entrambi, gli idiomi.
Soprattutto, queste devianze dallo “standard” non dicono nulla di significativo sul nostro valore professionale o sulla nostra preparazione.
Sostenere il contrario può essere, nella forma più grave, un atto discriminatorio; oppure, in quella più sottile, lo spiraglio da cui si affaccia il nostro giudice interiore che parla la lingua del potere.
Scrivevo la settimana scorsa:
Quando mi rimprovero perché non riesco a separare bene le lingue o a usarne una sola per volta, sto dando spazio allo sguardo interiorizzato che equipara il linguaggio alla correttezza. Un’idea artificiosa di correttezza linguistica che passa per la grammatica, la fluidità, l’accento, il registro.
È lo sguardo della scuola, dei voti nei temi di italiano, degli esami di lingua studiati sui manuali. Di chi negli anni dell’infanzia mi ha passato il messaggio che il sardo era una lingua “grezza” che “sporcava l’italiano corretto”. Ma anche lo sguardo delle amicizie e della famiglia in Italia che oggi mi prendono in giro, a volte bonariamente a volte meno, per i miei miscugli o il mio accento cangiante.
Il testo più utile e recente, che condensa una trattazione solida e accessibile su questo tema, l’ha scritto Rosalba Nodari, linguista e ricercatrice; si chiama Linguicismo e potere. Discriminare attraverso la lingua (Eris, 2025).
L’ho finito poco dopo averti inviato l’ultima Ojalá e te lo consiglio se vuoi capire meglio i meccanismi sottili e insidiosi delle discriminazioni linguistiche, iniziando dal linguicismo.
Scrive Nodari:
Il linguicismo può riguardare: quali lingue si usano; come le si usano; quali lingue non si usano, non si conoscono o si usano in maniera diversa rispetto a quello che viene deciso da coloro che (si arrogano il potere di) giudicare gli altri in base alle loro lingue. Infine, il linguicismo può anche verificarsi all’interno di una stessa lingua.
(pag. 31)
È un modo di esercitare il potere, di gerarchizzare e delimitare diritti fondati sul predominio economico:
L’inglese è più potente dell’italiano poiché associato a nazioni che hanno più peso economico, l’italiano è più potente dei dialetti italiani poiché ha alle sue spalle uno Stato, i dialetti — ma solo quelli del Nord — sono più potenti dei dialetti meridionali perché sono quelli parlati dall’Italia dei grandi capitali.
(pag. 32)
E poi c’è l’accentismo
Uno dei capitoli del testo di Nodari si apre con la descrizione di questo video statunitense del 2003, una “pubblicità progresso” sul diritto alla casa:
Un uomo bianco telefona a un’agenzia immobiliare per chiedere informazioni su un appartamento in affitto. Fa diverse chiamate, e ogni volta interpreta persone con nomi e accenti che evocano origini non angloamericane (Juan Hernández, Sanjay Kumar, Tyrone Washington, Chin Lee, Khalil Bin Ali, Tan Voh, Moshe Goldberg — quest’ultimo menziona anche l’uso di una sedia a ruote).
A ogni telefonata, la stessa risposta: l’appartamento è già stato affittato, non è più disponibile.
Quando però si presenta come Graham Wellington, cioè con nome e accento associabili a un uomo bianco anglosassone di classe media, le cose cambiano, l’appartamento è libero.
L’accentismo, particolare forma di linguicismo, è questa cosa qui: il pregiudizio che si attiva in risposta a un determinato accento. Possiamo anche chiamarlo, come fanno alcune fonti italiane che inserisco più avanti, razzismo sonoro.
C’è una frase di Rosalba Nodari che ho sottolineato con forza per come riassume il cuore della discriminazione linguistica:
La lingua non funziona di per sé come elemento della discriminazione: è l’identità associata alla lingua che viene discriminata, ossia l’appartenenza a una specifica minoranza o etnia.
Una discriminazione che si interseca con altri assi identitari, mai fine a sé stessa: se usiamo la lingua per comunicare — consciamente o meno — il nostro genere, la nostra età, le nostre origini o il nostro status socioeconomico, la discriminazione linguistica ci serve a veicolare il sessismo, l’ageismo, il razzismo o la xenofobia, il classismo.
Así de simple, semplice.
Se ti interessa approfondire l’impatto dell’accentismo soprattutto nei contesti scolastici — ambito dove i bias linguistici iniziano a sedimentarsi, ti consiglio di dare un’occhiata alle risorse del progetto europeo CIRCE: Contrastare il razzismo sonoro nei contesti educativi.
💡 Questo sito è appena finito nella biblioteca digitale di Ojalá, insieme ad alcuni nuovi bei materiali sulla scrittura inclusiva e accessibile con prospettiva di genere, in italiano e inglese. Per aprire la biblioteca, sostieni Ojalá con un abbonamento annuale e ricevi subito le password:
Criticare l’accento è la cosa più facile
Me lo sono ricordata anche la settimana scorsa, leggendo le reazioni italiane e internazionali al video in cui una giornalista italiana intervista Andrew Garfield, Julia Roberts ed Ayo Edebiri a proposito del film After the Hunt di Luca Guadagnino. Qui il frammento di intervista:
Cito un passaggio di un articolo di Rivista Studio per riassumerti il contenuto del video:
[La giornalista] ha posto una domanda sulla presunta fine del politicamente corretto e dell’influenza di Black Lives Matter a Hollywood, e già qui si iniziano ad avvertire le prime tensioni tra lei e gli attori.
La scena si è poi complicata ulteriormente quando Roberts, per capire a chi fosse indirizzato il quesito, ha chiesto alla giornalista di togliersi gli occhiali da sole.
La giornalista lo ha fatto, precisando poi che la domanda era rivolta a Roberts e Garfield e, per qualche ragione, non anche a Edebiri. È stato in quel momento che quest’ultima ha preso la parola e, pur riconoscendo che la domanda non era rivolta direttamente a lei, ha chiarito che i movimenti non sono affatto finiti e che questi i temi continuano a essere centrali.
Mentre leggevo le reazioni tra post e discussioni su Instagram, ho notato una grande differenza tra i commenti scritti in italiano e quelli in inglese: i primi facevano spessissimo leva sull’accento della giornalista per evidenziarne le carenze e la scarsa professionalità. Prima l’accento, poi, forse, il contenuto e le modalità discutibili della domanda:

L’accento diventa un bersaglio facile, perché non servono particolari competenze per criticarlo. Questo caso mi ricorda che trovare difetti linguistici è lo strumento più facilone per screditare chi parla anche quando, come in questo caso, ci sarebbero già i contenuti a farlo.
📚 Per continuare a discuterne
L’accento non è neutro: linguaggi, bias e potere nei contesti professionali, un articolo a cui ho contribuito per il Magazine di Valore D. Contiene delle belle risorse per approfondire l’accentismo in ambito lavorativo e scolastico.
Del discriminare attraverso la lingua ha scritto anche Elena Panciera per RSI e dentro ci ho trovato altri riferimenti molto belli da leggere e guardare.
News with a Foreign Accent è la newsletter di Barbara Serra, giornalista italiana emigrata a Londra che ha lavorato per BBC, Al Jazeera, Sky News. In uno dei primi episodi che ho letto, The barriers faced by second-language English journalists, racconta senza filtri cosa significhi lavorare nel giornalismo globale senza avere l’inglese come lingua primaria. Molte delle difficoltà che descrive non riguardano solo i media: chi lavora in settori anglo-centrici come il tech conosce bene gli stessi ostacoli.
Ma io chi sono? si chiede in questa performance durante il TedGlobal 2013 l’artista britannico Hetain Patel, accompagnato dall’attrice Yuyu Rau. Un monologo a due voci, due lingue, diversi accenti e imitazioni vocali per ricordare che nessuna identità ha una sola origine.
Vuoi condividere le tue esperienze con l’accentismo?
Come suonerebbe questo episodio di Ojalá?
Da quest’estate non uso più Spotify che, insieme ad altri grandi nomi, è entrata nel mio personale cassetto di prodotti e aziende da boicottare.
Nel caso non ne fossi al corrente, moltissime persone e artisti stanno abbandonando Spotify non solo per il suo discutibile modello economico ma anche per i recenti investimenti bellici del suo CEO Daniel Ek.
Io e la mia famiglia abbiamo scelto, per ora, di dare una chance a Deezer. Anche la playlist collaborativa di Ojalá si è spostata lì.
Che canzone assoceresti a questo episodio? Scrivimelo via email o nei commenti di Substack. 🎶
Per oggi chiudo qui, ci rileggiamo la prossima settimana!
Vuoi scrivermi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
Rispondi a questa email o scrivimi su ojala [at] aliceorru.me 📧
Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice





Bellissima, Alice, grazie. Seguendo il tuo consiglio della settimana scorsa, mi ero presa anch'io Linguicismo e potere e l'ho finito proprio ieri sera. Che bella sorpresa trovare questa puntata dedicata a questo testo! Mi è molto piaciuto il capitolo sul dialetto, dove ho ritrovato - articolate meglio - alcune delle riflessioni che avevo cercato di inserire nella mia puntata sul dialetto.
Riguardo all'accentismo (in ambito USA), un libro che consiglio sempre è How You Say It di Katherine Kinzler, che spiega questo fenomeno nel dettaglio e in ambiti diversi. Mio marito, che è asiatico e insegna chimica all'università, ha ricevuto molte volte valutazioni di studenti che dicevano di non capire nulla a causa del suo accento (in realtà ha un accento quasi impercettibile, ma tra l'accento e la chimica inorganica più facile incolpare l'accento, obvs).
Da italiano emigrant… ah no, expat, so bene che quando non si padroneggia bene la lingua è facile essere screditati, senza troppi sforzi per comprendere gli argomenti. Poi che dopo 15 anni ancora parlo un francese stentato con l’accento romano è un problema mio ma vabbè…
Grazie per l’articolo e anche per diffondere il boikott spotify! (Io sono approdato su Tidal).