15 Commenti
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Avatar di Anna Aresi

Bellissima, Alice, grazie. Seguendo il tuo consiglio della settimana scorsa, mi ero presa anch'io Linguicismo e potere e l'ho finito proprio ieri sera. Che bella sorpresa trovare questa puntata dedicata a questo testo! Mi è molto piaciuto il capitolo sul dialetto, dove ho ritrovato - articolate meglio - alcune delle riflessioni che avevo cercato di inserire nella mia puntata sul dialetto.

Riguardo all'accentismo (in ambito USA), un libro che consiglio sempre è How You Say It di Katherine Kinzler, che spiega questo fenomeno nel dettaglio e in ambiti diversi. Mio marito, che è asiatico e insegna chimica all'università, ha ricevuto molte volte valutazioni di studenti che dicevano di non capire nulla a causa del suo accento (in realtà ha un accento quasi impercettibile, ma tra l'accento e la chimica inorganica più facile incolpare l'accento, obvs).

Avatar di Alice Orrù

Bello sapere che l'hai letto anche tu e che l'hai trovato interessante, Anna! Grazie per il consiglio di lettura, mi incuriosisce molto capire come viene trattato il tema in altre lingue. La tua frase finale mi ha fatto sorridere, ennesima dimostrazione di come puntare all'accento sia bersaglio troppo facile se non si hanno altri argomenti 😬

Avatar di Enrica Nicoli Aldini

Alice, che vaso di Pandora che hai aperto con questo argomento! Grazie! Vorrei commentare con una sola osservazione, concisa e puntuale, ma mi è impossibile. L’accento, mio (in inglese) e degli altri, è in un certo senso la mia vita. Ci sono tantissimi aneddoti, episodi e riflessioni che vorrei condividere con te. Parto da qui, senza esaurire niente: da italiana sono spesso stata bersaglio di prese in giro e imitazioni del mio accento in inglese — anche in sede di lavoro, negli Stati Uniti!!! — perché con le persone italiane non è considerato offensivo come con altre nazionalità. Con gli anni ho imparato a rispondere, dare feedback e, soprattutto, non vergognarmi. In maniera ancora più importante, ho scoperto la bellezza della solidarietà.

A volte, quando parlo con altre persone immigrate negli Stati Uniti provenienti da Paesi meno abbienti del nostro — e quindi spesso soggette a discriminazioni di ogni tipo — mi capita di non capire immediatamente quello che dicono. Chiedo loro gentilmente di ripetere aggiungendo con un sorriso: “English isn’t my native language!” anche se il motivo per cui non avevo capito non aveva necessariamente a che fare con le mie competenze. Visto che sono bianca e passo facilmente per americana, questo li sorprende e mette immediatamente a loro agio. E dopo capirsi è un attimo — perché come dici tu, ce l’abbiamo tutti, ed è questa storia condivisa che crea comprensione, non la presunzione di un’inesistente perfezione.

Avatar di Alice Orrù

Grazie a te per questa bella condivisione, Enrica 💜

Non fatico a immaginare le situazioni in cui il tuo accento è stato imitato, e trovo la tua specifica molto importante: "con le persone italiane non è considerato offensivo come con altre nazionalità". È verissimo! E questo fatto ci parla del potere della lingua che a seconda dei casi può essere usata come apparente "scherzo tra pari". Peccato che non sempre quella parità percepita sia reale.

(E a questo proposito mi sono ripromessa di scrivere un altro capitolo del discorso, su quando sono stata io a peccare di accentismo verso altre persone.)

Mi piace molto il tuo modo di far notare a una persona con un determinato accento che non hai capito quello che dice, un bel modo di mettersi alla pari e creare terreno condiviso. Grazie!

Avatar di Enrica Nicoli Aldini

Mi dilungherò nella risposta, perdonami! Innanzitutto, quando parlavo di come con le persone italiane non è considerato offensivo come con altre nazionalità, mi riferivo in realtà al contesto statunitense, dove imitare un accento italiano è standup comedy del tutto accettabile (anche in faccia alla diretta interessata), mentre è un no-no con un accento ispanico o asiatico. Il che è *assolutamente* giustificato sulla bilancia dell’oppressione, per carità; ma il mio essere persona bianca occidentale non rende la mia storia e il mio rapporto con la lingua inglese più risibili di quelli di un’altra persona. Il mio accento è, letteralmente, la mia storia.

Chiarito questo, la mia affermazione si applica sicuramente anche al contesto tra pari italofoni! Nel tuo caso, come ricordi con l’esempio dell’inflessione sarda, non oso immaginare quante volte tu ti sia sentita definita dall’accento con cui parli la tua lingua madre — ed è profondamente sbagliato. Ciò che rende l’argomento degli accenti così affascinante è inesauribile è che le gerarchie arbitrarie — e quindi le disparità — esistono sia nel rapporto tra parlanti nativi e non, sia in quello tra soli parlanti nativi. Per molte persone indiane l’inglese è lingua madre, ma il loro accento viene considerato meno raffinato, ed è perciò soggetto a scherno, dell’inglese parlato in un Paese occidentale.

Sto divagando, ma aggiungo un’ultima cosa riguardo all’essere colpevoli di accentismo, che è un peccato molto umano: ti ringrazio per aver aggiunto l’esempio della giornalista al Festival di Venezia. A me quella domanda, e la maniera con cui il lato italiano ha gestito le polemiche, ha fatto molta molta rabbia, ne volevo infatti parlare in una delle prossime newsletter. E non ti nego che ho fatto molta fatica a tenere a bada il nervosismo anche per quanto riguarda l’utilizzo della lingua inglese — perché colpisce un tasto dolente nel giornalismo italiano, con il quale ho un rapporto difficile. Non è stato piacevole riscontrare questo sentimento dentro di me, perché è in contraddizione con i miei valori linguistici. Leggere il tuo commento in merito mi ha aiutato a gestire meglio quello che ho provato e riportarlo dentro a binari che corrispondono ai miei valori!

Avatar di Alice Orrù

Eccomi, Enrica! In realtà leggendoti avevo immaginato un contesto non italofono, perché anche qui in Catalogna ho visto esperienze simili: ho scritto - mancando di precisione e pure di tatto - "scherzo tra pari" perché sulla bilancia dell'oppressione l'italianità gode di molti privilegi. E fare battute sul nostro accento è visto sicuramente come più accettabile rispetto all'accentismo verso le persone razzializzate. Ma - come ben sottolinei - l'accento è parte della nostra storia, sempre.

Grazie per il commento sulla questione intervista al Festival del Cinema. Io credo che quei sentimenti contrastanti, che toccano punti dolenti della nostra storia personale o professionale, siano comprensibili. Il punto è come li gestiamo, se e come scegliamo di vocalizzarli: la differenza, in tantissimi casi, la fa l'azione. In questo caso, le critiche all'accento hanno oltretutto spostato il focus dal contenuto della domanda e dalla dinamica dell'intervista, che era invece a mio parere molto più urgente da discutere.

Avatar di Elena Panciera

Grazie Alice per aver parlato di questo tema! So che ti sta molto a cuore, e per motivi diversi è un tema che coinvolge praticamente tutte le persone. Spero ci saranno altri momenti e modi e libri che lo affronteranno, oltre al saggio di Rosalba. Magari anche in funzione dell'identità linguistica delle persone - penso a chi parla dialetti o lingue minoritarie, come lo zoldano o il sardo. Come sempre, poi, grazie per gli infiniti rimandi, è sempre super interessante leggere le tue newsletter.

Avatar di Alice Orrù

Quanto sarebbe bello, speriamo sì che il discorso si ampli sempre di più con contributi e prospettive nuove - ne abbiamo davvero bisogno!

Avatar di Lara

Cara Alice, l articolo è interessante, ma un pò mi rattrista che sia stato messo l'accento ( scusa il gioco di parole) solo su aspetti negativi.

Sentire i diversi accenti è una cosa bellissima che in diverse situazioni ci aiuta anche a porci al meglio verso le altre persone.

Certo se poi qualcuno mi discrimina per il mio accento, capisco che ho a che fare con una mente ristretta e amen

Avatar di Alice Orrù

Grazie per il commento Lara. Spero che non sia passato un unico messaggio negativo: certo che la pluralità di accenti è una meraviglia, oltre che qualcosa di inevitabile soprattutto quando si vive in contesti pluriculturali. Ma con questo numero mi premeva sottolinearne la strumentalizzazione e il fatto che possano essere usati come facile strumento di discriminazione. Ed è un tipo di discriminazione molto più subdola di quanto pensiamo, ecco, non prerogativa di sole menti ristrette.

Avatar di SGHIRIBIZZO - di CesKoZ

Da italiano emigrant… ah no, expat, so bene che quando non si padroneggia bene la lingua è facile essere screditati, senza troppi sforzi per comprendere gli argomenti. Poi che dopo 15 anni ancora parlo un francese stentato con l’accento romano è un problema mio ma vabbè…

Grazie per l’articolo e anche per diffondere il boikott spotify! (Io sono approdato su Tidal).

Avatar di Alice Orrù

Ehehe sulla parola expat (che aborro) ho una puntata di Ojalá in cantiere 😬

E tanta solidarietà per le questioni di accento!

(Boicott sempre)

Avatar di Sudestada

Che bella puntata, Alice! A volte l'accento è qualcosa d'inconscio, secondo me. Chi si trasferisce in maniera forzata, cioè non perché vuole andare a vivere in un altro paese ma perché è costretto per motivi politici o economici, spesso inconsciamente parla la nuova lingua mantenendo il proprio accento, e a me sembra quasi una forma di resistenza delle proprie radici negate. Come un tentativo di non dimenticare chi sei. È il caso dei miei genitori, per esempio.

Avatar di Alice Orrù

Lo credo anche io, Rocío, l'accento ha un potere di autodeterminazione grandissimo e spesso inconscio. Anche i miei zii emigrati in Australia negli anni '70 hanno sempre mantenuto l'accento italiano, unendolo a perfette cadenze aussie. 💜

Avatar di Codici cooperativa sociale

Ciao Alice,

ti seguo da circa un anno e leggo sempre con interesse la tua newsletter, di cui condivido i contenuti, il tono e tutte le sfumature che contiene.

Sono da sempre appassionata di lingue e di dialetti, probabilmente perché sono in un qualche modo “apolide”: prima generazione di romana, figlia di un’orgogliosa donna siciliana e di un padre altrettanto siciliano che rivendica però di essere nato nel Nord Italia e di tifare Novara. Sono cresciuta circondata da accenti ma senza accento, infatti il commento che sento tuttora è: “Sei di Roma? Non sembra”. Ho abitato in diverse nazioni e vivo lontana da Roma da quasi dieci anni.

Forse anche per questo come giornalista mi è sempre piaciuto riportare nei citati dei miei articoli tutte le intrusioni della lingua, regolarmente censurate da chi mi pubblicava. Nello specifico, le tue due ultime newsletter mi hanno fatto pensare a un pezzo scritto su una tradizione triestina (https://www.balcanicaucaso.org/aree/Italia/La-Trieste-delle-venderigole-182866) dove mi è stato chiesto di cancellare un aggettivo inventato da uno degli intervistati, frutto di un miscuglio tra italiano e dialetto. Allo stesso modo, mi è stato chiesto per un documentario di sottotitolare una persona rom che parlava italiano. Richiesta a cui risposi dicendo che allora avrei sottotitolato tutto il documentario (e così fu).

A scuola ci insegnano le regole e io credo di averle assorbite parlando senza accento. Ma non ci insegnano che il linguaggio è potere e che, quindi, lasciare intrufolare gli “errori” dialettali è una forma di resistenza.

Grazie per avermi fatto vedere questi episodi del mio passato sotto un altro punto di vista. Leggerò il libro che ha ispirato la tua scrittura.

Alla prossima newsletter,

Valentina