#110 L'eredità invisibile
Le facc(iat)e della storia, quella raccontata dai vincitori o dagli arricchiti: un giro tra "municipios indianos" e colonialità del sapere.
Ciao! Oggi la programmazione di Ojalá torna regolare dopo lo sciopero della settimana scorsa. È stato molto emozionante vedere — anche se da lontano — così tante persone unirsi per mostrare solidarietà e chiedere a gran voce quello che il nostro governo non riesce a nominare: la fine di un genocidio, la liberazione di un popolo.

In questo episodio:
Conosci le “case degli indiani” che troneggiano in molti paesi costieri spagnoli? Dietro le loro belle facciate c’è spesso la romanticizzazione del passato coloniale spagnolo.
Le “feste degli indiani”, le case trasformate in museo e le domande che ancora evitiamo di farci: ne parla l’autrice afrospagnola Desirée Bela-Lobedde.
La colonialità del sapere: come raccontiamo il passato e alcune domande su come racconteremo il futuro, considerati i tempi che stiamo vivendo.
Letture che ti consiglio e la performance teatrale di Anthony Kmeid che mi ha scossa nel profondo.
Va, iniziamo. 🍉
Se conosci la Spagna avrai notato, soprattutto in alcune località costiere, la presenza di alcune ville imponenti, magnificamente decorate, che godono del riconoscimento degli enti del turismo locale. Sono architetture in uno stile eclettico fuso con elementi modernisti; spesso hanno ampi balconi, facciate mosaicate, alte finestre dai vetri decorati, giardini con fontane e piante esotiche.
Le chiamano casas de los indianos, le “case degli indiani”. In Catalogna esiste anche una rete istituzionale dei “municipi indiani”.
Nel paese catalano in cui vivo ci sono nove casas de los indianos e una delle più fotografate si chiama Can Planiol. È in effetti molto bella, si staglia alta, bianca e azzurra, poco dopo una curva che non ti fa presagire subito la sua presenza:

Romanticizzare il colonialismo
In Spagna si chiamano indianos le persone (o più precisamente, gli uomini) che emigrarono nel continente americano tra il XIX e il XX secolo e poi tornarono nella penisola iberica con piccole o grandi fortune.
Fortune accumulatesi soprattutto a Cuba e Puerto Rico, ma anche in altre zone colonizzate del continente americano in cui lo spagnolo era già lingua dominante.
Le ricchezze degli indianos più fortunati venivano poi reinvestite nel continente iberico: le appariscenti ville che ammiriamo ancora oggi sono una delle eredità più evidenti e romanticizzate di quei tempi.
Romanticizzate perchè, come ha ricordato anche da poco l’autrice afrofemminista spagnola Desirée Bela-Lobedde in una sua newsletter, ci sono domande che raramente teniamo a mente quando visitiamo una casa de indianos:
Da dove veniva quella ricchezza?
Quali sistemi economici e sociali sostenevano quelle fortune d’oltreoceano? Perché continuiamo a romanticizzare storie che molto probabilmente si fondarono sullo sfruttamento e la schiavitù di persone razzializzate?
È cosa nota, infatti, che molti degli imprenditori spagnoli che tornarono dall’altro lato dell’oceano come “vincitori” si arricchirono grazie agli investimenti in piantagioni di cacao, caffè, canna da zucchero e allo sfruttamento di manodopera schiavizzata — sia di persone indigene che di quelle deportate dal continente africano.
Sono riflessioni assenti nelle descrizioni delle casas de indianos sparse per la Spagna, molte delle quali convertite in case-museo.
Queste considerazioni mancano anche nell’organizzazione dei festival che ancora oggi, soprattutto in questo periodo dell’anno, reinscenano la vita de los indianos e delle loro famiglie ritornate.
Facci caso, se passi di qui: di solito vengono chiamate Ferias de los indianos y del modernismo. Una delle più longeve e conosciute qui in Catalogna si svolge a Begur, in Costa Brava, e questo è uno dei manifesti degli anni passati:
Nonostante molti degli enti organizzatori di questi festival dichiarino di voler celebrare la storia condivisa tra i “municipi indiani” spagnoli e il continente americano, di fatto i protagonisti delle ferias sono gli elementi folclorici: i costumi d’epoca — quelli delle eleganti famiglie spagnole e delle persone indigene che lavoravano per loro —, il rum, il mojito, i canti de habaneras e le danze.
Negli anni, come spiega questo esaustivo articolo del blog Conversación sobre la Historia, è emerso un evidente “conflitto di memorie storiche” che ha portato diverse località spagnole e catalane (come Vilanova i la Geltrú, Vilassar de Mar, il distretto Sant Andreu di Barcelona) ad abbandonare la rete ufficiale dei “municipi indiani”.
«Non vogliamo essere eredi delle ingiustizie né nascondere parte della nostra storia», dice questo manifesto che nel 2023 invitava la popolazione di Sant Pere de Ribes, comune costiero catalano, a riflettere sull’eredità schiavista del celebrato passato coloniale:

In che misura il fenomeno della schiavitù nelle terre americane ha avuto un ruolo centrale nei processi di arricchimento degli indianos che vengono esaltati in questi festival?
si chiede nell’articolo che ho appena citato Martín Rodrigo, storico e professore dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona.
Che senso ha continuare a blanquear (tingere di bianco) la storia di queste ricche famiglie senza voler vedere l’impatto coloniale e razzista delle loro attività oltreoceano?
La colonialità del sapere
Se conosci lo spagnolo ti consiglio di iscriverti alla newsletter di Desirée Bela-Lobedde, e intanto ti traduco un passaggio dal suo ultimo numero. Parla di casa de indianos, ma in realtà possiamo farci queste domande di fronte a molte altre eredità del nostro passato “occidentale”:
Quando visitiamo una casa de indianos trasformata in museo, raramente troviamo informazioni su:
Le condizioni di lavoro nelle piantagioni che producevano quella ricchezza.
Le comunità indigene e afrodiscendenti che sostenevano quelle economie.
Gli impatti della colonialità che persistono ancora oggi.
Le resistenze e le lotte anticoloniali di quei territori.
Queste assenze non sono casuali.
Fanno parte di ciò che gli studi decoloniali chiamano la “colonialità del sapere”: il perpetuarsi di narrazioni che invisibilizzano le esperienze dei popoli colonizzati.
Ho pensato molto a queste parole, che si sono ravvivate dopo aver visto i cartelli della prossima feria del modernismo nella zona della Catalogna in cui vivo.
È un pensiero che si attorciglia al presente che stiamo vivendo, mentre vediamo in diretta — giorno dopo giorno — lo sterminio di un popolo intero che subisce vessazioni da decenni, nonché l’espropriazione violenta di terre e case dal 1948 (anno della Nakba, “la catastrofe”, il grande esodo forzato di 700 mila persone palestinesi per mano israeliana).
Ne ho letto in questi giorni anche tra le pagine di Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina, il libro di Francesca Albanese uscito quest’anno per Rizzoli. Mentre racconta di George, uno dei suoi più cari amici di Gerusalemme, Albanese scrive:
Per me restano indimenticabili Talbiya e Baka: due zone contigue nel cuore di Gerusalemme Ovest dove oggi […] si trovano delle case meravigliose. Case elegantissime, uniche, che erano state costruite tra gli anni Venti e Trenta del Novecento mescolando il gusto arabo con influenze ottomane ed europee da famiglie palestinesi benestanti, perché quella era la parte ricca della città dove ebrei, musulmani e cristiani vivevano insieme, prima che la guerra li separasse e prima dell’arrivo del sionismo europeo.
[…] Molte si affacciano su piccoli giardini interni con i sedili di pietra e le pavimentazioni di piastrelle colorate […]. Alcune conservano le porte originali, robuste, intagliate a mano, con le maniglie di ottone, e dentro si trovano ancora i pavimenti con ceramiche decorate a forme geometriche o motivi floreali, le nicchie a muro, le volte e i camini scelti da chi le ha fatte costruire. Ma dopo il 1948 la maggior parte di queste abitazioni fu assaltata dalle milizie sioniste, svuotata, e i proprietari costretti a fuggire, con la speranza di potervi presto fare ritorno. Invece no; a settantasette anni di distanza, con le case ancora lì, di ritorno, nemmeno a parlarne.
E mentre leggiamo con orrore del piano di trasformare le terre di Gaza in un affare immobiliare — «confezionato in rendering patinati e pubblicizzato come un salto verso il progresso», scrive Muhammad Shehada per The New Arab (tradotto da Internazionale), che sottolinea come tutto rientri in una strategia di controllo della narrazione da parte di Netanyahu — mi chiedo per l’ennesima volta cosa succederà.
Cosa racconteranno, in futuro, le persone di quest’epoca storica.
Cosa leggeranno nei libri di storia.
Come si racconteranno quelle terre e le loro geografie.
A che narrazioni in fieri stiamo assistendo.
Non voglio assuefarmi al pessimismo e al buio di questi tempi. Continuo a fare il mio: scrivere, protestare, donare, manifestare quando posso. Circondarmi di persone che condividono i miei stessi ideali e mi fanno sentire meno sola, non arresa.
Intanto ti consiglio qualche lettura:
📚 Per continuare a discuterne
Usi e abusi della compassione: una riflessione sulla manipolazione dell’empatia, tra Charlie Kirk e le manifestazioni per la Palestina, di Jennifer Guerra.
Chiamami col mio nome. Altrimenti sparisco dalle statistiche: storie di violenza coloniale dal Canada delle popolazioni autoctone (e di riappropriazione dei dati), di Donata Columbro.
Vetrine per Gaza: una rassegna fotografica di aziende che ci stanno mettendo la faccia, “senza fare operazioni di sola facciata”, di Flavia Brevi.
Se cerchi romanzi italiani recenti che affrontino il nostro passato coloniale, non posso che consigliarti i libri della scrittrice italosomala Igiaba Scego: Adua (Giunti, 2015) e La linea del colore (Bompiani, 2020) sono i miei preferiti. Scego ha anche curato l’antologia Future. Il domani narrato dalle voci di oggi (effequ, 2019), dove undici autrici afroitaliane scrivono di radici, generazioni e narrazioni per il futuro.
You don’t look arab
Non sembri arabə, hanno detto tante volte ad Anthony Kmeid da quando vive in Europa, prima in Francia, poi in Catalogna.
Qualche settimana fa ho visto la performance teatrale che quest’artista libanese e poliedricamente dissidente ha scritto e interpretato. È stata un’ora e mezza scomodissima, annichilente e liberatoria allo stesso tempo. Kmeid ci ha sminuzzato di fronte e urlato a pieni polmoni l’incoerenza del nostro sguardo occidentale, razzista e paternalista anche quando vorrebbe fregiarsi dell’etichetta di “alleato”.
Se ti capita di incrociarla, non te la perdere. Qui una piccola anteprima:
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Come suonerebbe questo episodio di Ojalá?
Da quest’estate non uso più Spotify che, insieme ad altri grandi nomi, è entrata nel mio personale cassetto di prodotti e aziende da boicottare.
Nel caso non ne fossi al corrente, moltissime persone stanno abbandonando Spotify non solo per il suo discutibile modello economico ma anche per i recenti investimenti bellici del suo CEO Daniel Ek.
Io e la mia famiglia abbiamo scelto, per ora, di dare una chance a Deezer. Anche la playlist collaborativa di Ojalá si è spostata su Deezer.
Che canzone assoceresti a questo episodio? Scrivimi la tua via email o nei commenti di Substack. 🎶
Per oggi chiudo qui, ci rileggiamo la prossima settimana!
Vuoi scrivermi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice




Grazie per l’accuratezza. Non si tratta di demonizzare il bello, ma di ricordare che bello non sempre significa giusto. Guardarle senza pensare al prezzo storico significa romanticizzare un passato che ha lasciato ferite ancora aperte.
Grazie di raccontarmi sempre cose che non so (e grazie della citazione).