#111 Camouflage
Un laboratorio di makeup che c'entra con il diritto a manifestare liberamente e in sicurezza.
Ciao! L’ultimo episodio di Ojalá parlava delle “casas de indianos” spagnole e del colonialismo del sapere, concetto che continua a offrirci esempi anche in queste accese settimane di proteste e sviluppi sul genocidio a Gaza.
In questo episodio:
Ho ancora addosso il sentimento collettivo di una settimana di proteste tra la Spagna e l’Italia.
Mentre selezionavo le foto scattate durante il corteo a Barcellona, ho riflettuto sul mio solito automatismo: cancellare o modificare le foto in cui si vedono volti in primo piano di persone sconosciute.
Un gesto che arriva da un seme piantato nel 2019: un laboratorio di makeup per evitare le tecnologie di riconoscimento facciale durante le manifestazioni.
Se pensi che sia un’esagerazione o che “non c’è da aver paura di manifestare se non si ha niente da nascondere”, ho scritto una breve lista che smentisce questo pensiero.
Altre letture e visioni sui temi della sorveglianza digitale, il restare umani e la regola del 3,5%.
Va, iniziamo. 🍉
Come per molte persone che leggono Ojalá, anche per me la scorsa settimana è stata intensa — al netto della già assodata intensità della vita adulta, intendo.
Due manifestazioni cittadine, una giornata di sciopero, la testa che vaga tra immagini, letture e aggiornamenti radio, le conversazioni che si fanno ancora più dense e molte auto-inquisizioni: come mi voglio situare in questo periodo storico? Verso che direzione voglio alzare la voce? Che sforzo sento prioritario, tra le tante incombenze delle mie giornate?
Di certo, come ha scritto bene Maria Elena Marras in questo post su Instagram, mentre protestavo e urlavo il mio dissenso non ho mai pensato che non servisse a niente. Anzi, quel “non serve a niente” l’ho rimandato — insieme a migliaia di altre persone — rabbiosamente al mittente. Leggi il post di Maria Elena:
Ammetto che nel mezzo di tanta attività collettiva, sono stata tentata di saltare questo lunedì di Ojalá; nei giorni scorsi, ogni volta che ho iniziato a scrivere mi sono accasciata sulla stessa considerazione che Roberta Cavaglià ha trasformato nel titolo dell’ultimo numero di Ibérica: Difficile parlare d’altro.
E quindi parlerò d’altro, ma senza allontanarmi troppo dal contesto di quest’epoca storica che si dipana davanti a noi e su cui, finalmente, sembriamo agire in modo rumoroso e collettivo.
«La protezione della vita umana non dovrebbe essere una questione di bandiera o di appartenenza politica. […] La gente in Italia sta tornando a fare cittadinanza attiva e la Palestina in questo momento è per noi, cinicamente, un esercizio etico. Stiamo tornando a guardare le cose in modo critico, a non abbeverarci più alla fonte della narrazione che viene solo dai telegiornali. Quindi la gente risponde con sdegno, indignazione ma anche con voglia di esserci.»
Ha detto Francesca Albanese nell’ultima puntata de Il Mondo, il podcast di Internazionale, uscita stamattina.
Camuffare le facce
Dopo l’affollatissima manifestazione di sabato 4 ottobre a Barcellona — avvenuta qualche ora prima di quella romana — ho scorso le foto scattate durante il corteo: ho tenuto quelle dove compaio con la mia famiglia, i nostri cartelloni, e pure Uras, la nostra cana, che ha partecipato alla sua prima manifestazione; ho poi scartato o modificato con degli sticker le foto in cui appaiono in primo piano i volti di persone sconosciute.
È un riflesso automatico che affonda le radici in un laboratorio che feci a novembre del 2019, durante le iniziative della Smart Week barcellonese.
In quell’occasione, tra le tante proposte di conferenze e workshop avevo scelto un incontro apparentemente fuori dai miei radar e che ancora oggi ricordo nel dettaglio: il laboratorio di makeup per evitare il riconoscimento facciale durante una manifestazione.
A tenerlo c’erano Translocura e Chris El-Bahr, attiviste travesti e migranti (anche loro scelgono questo termine originariamente offensivo come rivendicazione), che ci parlarono del rischio di partecipare a scioperi e manifestazioni di piazza quando sei una persona di un gruppo marginalizzato o vittima di ingiustizia istituzionale.
Ho scartabellato l’archivio delle mie storie Instagram (la cui accessibilità lascia a desiderare) per riesumare questa testimonianza. Sotto ti trascrivo il testo:

Cose che puoi fare un sabato sera a Barcellona: un laboratorio per imparare a truccarti in modo da confondere i sistemi di riconoscimento facciale.
Perché truccarsi così?
I nostri volti vengono filmati ormai in molteplici situazioni, spesso anche a nostra insaputa. In un’epoca in cui anche manifestare pacificamente può essere riconosciuto come atto sovversivo e punibile — gli esempi in giro per il mondo al momento sono diversi —, questi tipi di makeup riempiono un “vuoto legale” che non vieta il trucco durante manifestazioni o altri eventi pubblici.
Per darti contesto, in quel periodo Barcellona era incandescente: durante le proteste di ottobre 2019 che seguirono le condanne dei leader indipendentisti catalani, ci furono numerose giornate di manifestazione con centinaia di feriti e numerosi arresti.
Ma anche fuori dai confini europei si respirava aria di ribellione: quelli, per esempio, erano i mesi delle rivolte a Hong Kong, durante le quali le persone manifestanti avevano adottato molte strategie per evitare la sorveglianza biometrica e digitale del governo — uso di maschere, laser diretti alle telecamere, cambi frequenti di SIM, uso di comunicazioni cifrate.
Quel laboratorio di makeup si basava su tecniche di camouflage facciale già in uso in altre parti del mondo. Una che aveva avuto molto successo — e che ancora oggi viene usata — è CV Dazzle, lanciata nel 2010 da Adam Harvey, artista e ricercatore sui temi della privacy e della sorveglianza tecnologica:

Se “non hai nulla da nascondere”
Se leggendo fin qui ti è venuto da pensare che tutto questo sia un’esagerazione, o che “chi non ha nulla da nascondere non ha motivo di nascondersi”, forse è per via di un’intersezione tra queste situazioni:
Vivi in un Paese dove è ancora legale manifestare senza timore di essere schedatə, tracciatə o perseguitə. In Italia, il recente decreto Sicurezza rende più facile criminalizzare chi protesta anche in modo pacifico; e la scarsa trasparenza dei piani del Viminale sui sistemi di sorveglianza, come mostra l’inchiesta di IRPI Media e Strali del 2024, non lascia molto spazio all’ingenuità.
Non hai mai subito una perquisizione, un fermo o un controllo documenti solo per il tuo aspetto o il tuo accento.
Non appartieni a un gruppo razzializzato, migrante o politicamente “scomodo”.
Non hai mai avuto bisogno di chiedere asilo, cittadinanza o un permesso di soggiorno.
Il tuo volto, la tua identità e la tua presenza nello spazio pubblico non sono mai state vissute come una “minaccia” da chi ha potere.
Hai un passaporto ben piazzato nella classifica del Passport Index.
Non ti è mai capitato di temere che la tua presenza a una protesta, una tua foto o un post social potessero avere conseguenze legali.
Se non ti riconosci in nessuno di questi casi, buon per te. Il mio non è un allarme, ma un invito: restare consapevoli di questo privilegio è già un modo per non darlo per scontato.
E no, non voglio certo dire che d’ora in poi ogni manifestazione debba vederci con il makeup anti-riconoscimento facciale. Il punto è sapere perché qualcunə possa sentirsi costrettə a farlo — e riconoscere quanto questa libertà, che oggi diamo ancora per naturale, resti in realtà fragile e situata.
La tecnologia è divertente per un po’, poi non lo è più.
Un breve documentario di Brut. (2021) su artisti cyberpunk che si ribellano alla sorveglianza tecnologica: Skitch produce occhiali che sfidano il riconoscimento facciale; Leo Selvaggio ha sacrificato la propria identità per opporsi alla sorveglianza; Kate Bertash disegna vestiti che confondono i lettori di targhe automobilistiche.
📚 Per continuare a discuterne
How to Protest Safely in the Age of Surveillance di Andy Greenberg e Lily Hay Newman per Wired (in inglese). È un articolo dello scorso giugno su come protestare in maniera sicura nell’era della sorveglianza digitale: perché figurati se negli Stati Uniti se la stanno passando meglio sul tema del dissenso sociale, di questi tempi.
Per ricordare come il governo italiano attuale è finito a equiparare il dissenso sociale a un atto da criminalizzare, questa inchiesta di Lorenzo Bagnoli e Laura Carrer per IrpiMedia è un ottimo punto di partenza.
Se vuoi saperne di più su come proteggere la tua privacy e i tuoi diritti digitali, il team di Privacy Network fa da anni un encomiabile lavoro di divulgazione e sensibilizzazione: sul loro sito trovi news, risorse e campagne a cui aderire.
Se vuoi diversificare le tue fonti di informazione e conoscere le storie di zone del mondo meno raccontate — come quelle del continente africano, Leila Belhadj Mohamed è appena partita con la sua newsletter Matassa: la prima rassegna è arrivata ieri.
Restare umani cosa vuol dire? L’empatia è utile o necessaria? Il Genocidio a Gaza ci sta educando al domandare: questa newsletter di Michela Salzillo mi ha prima commosso per il suo incipit — un discorso di Sandro Pertini dolorosamente attuale, nonostante fosse il 1981 — e poi fatto annuire tanto, perché sono davvero d’accordo con la sua analisi del motto “restiamo umani”.
Se anche tu durante i cortei degli scorsi giorni hai visto svettare tra la folla la bandiera dell’anime One Piece ma non hai capito bene che c’entra, leggi Japanica di Eleonora Zocca: Perché la bandiera di One Piece è diventata il simbolo delle rivolte in tutto il mondo.
Grazie alla newsletter Cose che restano di Slow News ho recuperato la conferenza TedX di Erica Chenoweth a Boulder, California, nel 2013. Chenoweth mostra come, nella storia recente, la disobbedienza civile abbia avuto più successo delle rivolte armate e presenta la “regola del 3,5%”: nessun governo è riuscito a resistere a lungo a un movimento nonviolento che abbia coinvolto almeno il 3,5% della popolazione totale in modo attivo e continuativo.
⏸️ Se apprezzi il mio lavoro e leggi con interesse Ojalá, hai mai pensato di sostenerla economicamente? Con 40 euro sostieni questo progetto per dodici mesi: in cambio hai accesso alla mia biblioteca digitale con le risorse che alimentano Ojalá.
Per oggi chiudo qui, ci rileggiamo la prossima settimana!
Vuoi scrivermi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
Rispondi a questa email o scrivimi su ojala [at] aliceorru.me 📧
Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
Se ormai conosci Ojalá e apprezzi il mio lavoro, dai un’occhiata al piano a pagamento: con 40 euro sostieni questo progetto per un anno intero e hai accesso a tutte le risorse originali, passate e presenti, che condivido.
Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice





Non sapevo della faccenda del trucco, super interessante, grazie!
Wow, questa newsletter mi ha aperto un sacco di finestre e ora voglio imparare anch'io a truccarmi per evitare il riconoscimento facciale! Grazie, Alice, come sempre.