#112 Niente da celebrare
Arte, scrittura e contromanifestazioni per capovolgere e ricomporre la storia del mondo.
Ciao! Il penultimo episodio di Ojalá parlava delle “casas de indianos” spagnole e del colonialismo del sapere; la settimana scorsa, invece, ho ricordato un laboratorio di makeup e camouflage, tecnica a volte necessaria quando si manifesta il proprio dissenso durante una manifestazione.
In questo episodio:
Un passaggio di You don’t look arab di Anthony Kmeid che mi ha fatto male, ma sto dentro quella scomodità.
Il pensiero di poter avere un’opinione su tutto è figlio di un sistema oppressore. Idem per quello di sentirci al centro dei vissuti del mondo.
Se potessimo fare una prova a parti inverse in un universo parallelo capiremmo meglio i nostri bias? Il libro di Nogaye Ndiaye è un’ottima lettura per provarci e capire una volta per tutte che il razzismo al contrario non esiste.
Un anniversario da non celebrare: ieri, 12 ottobre, era la giornata della Hispanidad e qui in Spagna non sono mancate le contromanifestazioni (evviva!).
Il nesso tra capitalismo e razzismo in un dialogo tra Oiza Queens Day Obasuyi e Djarah Kan, più altre letture e ascolti da non perdere.
Va, iniziamo. 🍉
Due settimane fa, nell’episodio di Ojalá intitolato L’eredità invisibile, ho citato You don’t look arab: è la performance teatrale di Anthony Kmeid, artista libanese con una storia familiare di emigrazione forzosa per via della guerra e ora residente a Barcellona.
Ne ho parlato brevemente perché è complicato spiegare la forza del suo discorso; ogni mia parola suona troppo leggera, fraintendibile, vaga rispetto alla densità e al dolore che permea la performance. Ecco un breve estratto pubblicato da Kmeid sul suo account Instragram (@queerfalafel):
Ci torno perché c’è stato un passaggio dell’opera che ha messo il dito nella piaga di una postura tipica di questa parte “occidentale e bianca” del globo. È il momento in cui Kmeid ci ricorda che cresciamo sentendoci legittimati ad avere opinioni e giudizi sulla storia e le vicende di altri popoli, anche senza averne una conoscenza profonda.
La definirei una auto-legittimizzazione sistemica, perché non sempre la agiamo consapevolmente: è invece parte del nostro modo di ragionare, figlia di un sistema che si è formato sulla convinzione di essere più civilizzato, colto, meritevole “degli altri”.
È un sistema che non solo si arroga il diritto di decidere quali sono le lotte meritevoli di essere combattute e quali possono rimanere marginali, ma che si permette anche di liquefarle e banalizzarle, togliendo loro potenza.
Pensa a quel All Lives Matter (“tutte le vite contano”) che si diffuse in risposta al movimento Black Lives Matter nato dentro la comunità afroamericana per protestare contro la violenza razzista della polizia statunitense.
Come scriveva qualche anno fa Natascia Alibani su Roba da donne:
Un’alternativa che con l’obiettivo di essere il più inclusiva possibile ha il difetto di oscurare (per l’ennesima volta) proprio coloro che stanno protestando perché spesso non sono inclusi.
Perché sì, tutte le vite contano, ovviamente, ma in questo caso i bianchi, storicamente detentori di privilegi e diritti che ai neri sono spesso stati negati (proprio da loro), non sono il centro dell’attenzione, e ricordare una banalità, la sacralità della vita per tutti, non fa che minimizzare, ancora una volta, la sofferenza delle persone nere, screditando il valore delle loro richieste.
E come ha ricordato Kmeid nella sua performance, queste posizioni di dominanza si trovano dappertutto, anche negli ambienti più progressisti o che vorremmo chiamare sicuri.
È il punto più difficile da digerire: sentirci persone “alleate” a certe cause non ci salva dalla possibilità di sbagliare (oh, se sbagliamo!) e dal rischio di metterci al centro anche quando non lo siamo neppure di striscio.
Universo Parallelo
Qualche giorno fa ho letto Universo Parallelo. Il paradigma del privilegio, di Nogaye Ndiaye (People, 2024). Questo suo passaggio si è ricollegato in automatico alle parole di Kmeid e all’idea che avevo per questo numero di Ojalá:
Quando viviamo una situazione di sofferenza o di disagio sul piano della salute mentale, nessuno può mai realmente capire la nostra difficoltà né la profondità del nostro dolore. Quando poi una persona fa parte di una categoria marginalizzata e magari subisce diverse oppressioni contemporaneamente (ad esempio, una donna nera può subire allo stesso tempo episodi di sessismo e di razzismo), la questione si fa ancora più complessa.
L’idea per la quale «siamo tutti uguali, se ci tagliamo sanguiniamo tutti allo stesso modo», oppure il tentativo di appiattire la portata sistemica del razzismo con frasi tipo «anche io quando sono andata-o in Burkina Faso mi sono sentita-o un po’ così, mi hanno fatto anche delle foto. Il razzismo alla fine è da entrambe le parti» in realtà sono tutte manipolazioni della realtà dei fatti, che annullano ogni complessità […].
Queste frasi, che sembrano innocue e confortanti, in realtà rappresentano un’invalidazione violentissima delle esperienze delle persone razzializzate, per le quali la razza (non biologica, ma in quanto concetto strutturale) viene utilizzata come mezzo per diversificare, opprimere e discriminare negativamente.
— pagina 34, Universo Parallelo. Il paradigma del privilegio, Nogaye Ndiaye, People, 2024
Il libro di Ndiaye usa uno stratagemma efficace per parlare delle radici sistemiche del razzismo, mostrare quanto è incrostato nel nostro modo di pensare e perché il “razzismo al contrario” non esiste: la narrazione di un universo parallelo in cui le persone nere discriminano le bianche nello stesso modo in cui queste ultime hanno discriminato per secoli le persone razzializzate.
Un anniversario da non celebrare
Ieri, 12 ottobre, in Spagna era festa nazionale. El día de la Hispanidad, la “giornata della spagnolità” potremmo sommariamente tradurre. La legge del 1987 che ufficializzò la festa nazionale spiega così la scelta della data per questa celebrazione:
La data scelta simboleggia l’evento storico in cui la Spagna, sul punto di concludere un processo di costruzione dello Stato basato sulla nostra pluralità culturale e politica e sull’integrazione dei regni di Spagna in un’unica monarchia, avvia un periodo di proiezione linguistica e culturale oltre i confini europei.
“Proiezione linguistica e culturale oltre i confini europei”: che burocratese creativo per definire la colonizzazione!
Il 12 ottobre — ce lo insegnano dalle scuole elementari — è il giorno in cui la flotta di Cristoforo Colombo approda nel continente americano. Meno si dice che quella data segna l’inizio della colonizzazione europea del continente, a partire dai Caraibi, e l’inizio di secoli di violenza coloniale in quella che oggi chiamiamo America Latina. È la stessa data che anche in italiano sentiamo ancora definire come “la scoperta dell’America”. A proposito di minimizzazione dei vissuti di altri popoli, no?
Da molti anni, alla parata militare del 12 ottobre che vede in prima fila la famiglia reale e il presidente del governo, parte della popolazione spagnola risponde con contromanifestazioni in diverse città, con Madrid e Barcellona in testa. Per strada scendono collettivi antirazzisti, associazioni di persone migranti, reti di persone indigene provenienti da diversi territori dell’America Latina.
Il motto è chiaro: 12 de octubre, nada que celebrar.
Il 12 ottobre non c’è niente da celebrare.

Per assaporare lo spirito della resistenza e della contronarrazione di questa data, ti consiglio un fortissimo articolo uscito ieri su El País e opera di quattro scrittrici e giornaliste migras (migranti) residenti in Spagna: Laura Arroyo, Carolina Meloni, Mafe Moscoso e Gabriela Wiener.
Si intitola 1492 palabras contra la Hispanidad — “1492 parole contro la Hispanidad” — e te ne traduco un passaggio:
La Hispanidad, con la maiuscola, è il nome del mito fondante di una nazione che si considera madrepatria. Con l’obiettivo di riunire i suoi figli, eterni minorenni, Madrid è tornata a vestirsi da capitale dell’impero. Sulla Gran Vía, sfilate di danze “tipiche” e concerti milionari masticano il messaggio: “La Hispanidad è viva e continua a crescere, con tutto ciò che ci unisce”, una sorta di omogeneità identitaria sotto la lingua madre universale nel nome di una presunta fratellanza transcontinentale.
Per noi, la giornata della Hispanidad è un cliché cupo e sinistro. Come provare affinità per una commemorazione basata su una parata militare, con aerei, paracadutisti e legionari in un’oscena rievocazione degli strumenti bellici statali? Anche solo il suono della parola si porta dietro immagini coloniali del passato che nel presente acquisiscono nuovi significati, si riconfigurano e si riavviano in modi insospettabili.
Il “ciò che ci unisce” della Hispanidad, ricordano le autrici, è la violenza.
Il nesso tra razzismo e capitalismo
InQuiete è il festival delle scrittrici che dal 2017 si svolge a Roma. L’ultima edizione si è svolta proprio lo scorso weekend e sono riuscita a seguire a sprazzi alcuni interventi via streaming, trovi tutto su YouTube.
Ti consiglio con molto trasporto la visione di questo dialogo tra le scrittrici Oiza Queens Day Obasuyi e Djarah Kan, parlano del nesso tra razzismo e capitalismo:
💡 Nella biblioteca digitale di Ojalá trovi risorse utili per approfondire questi temi: campagne di sensibilizzazione, paper e consigli di lettura che allargano lo sguardo e la consapevolezza sul nostro razzismo interiorizzato (e su come agire a riguardo). Per consultare questa e tutte le altre sezioni che la compongono, ti basta sostenere Ojalá per dodici mesi.
📚 Per continuare a discuterne
Risorse per capire la cultura della supremazia bianca (in inglese): una lunga lista di letture e video dell’associazione nazionale per l’istruzione statunitense (NEA) per analizzare la cultura dominante in cui siamo immersi. Anche se il focus è quello d’oltreoceano, ci ho trovato dentro materiali validi anche per noi.
Violenza epistemica e orientamento al ribasso: (ri)pensare la scuola per le nuove generazioni, di Mackda Ghebremariam Tesfau. Un bell’esempio di come usare dinamiche di facilitazione per scardinare l’esclusione delle nuove generazioni a scuola.
Una proposta radicale per il futuro della Palestina, con Ilan Pappé, dal podcast Globo (ho ascoltato solo la versione originale è in inglese, vedo che è disponibile anche in italiano). L’ultimo episodio del podcast condotto da Eugenio Cau è un esempio calzante di quanto facilmente le opinioni delle persone bianche europee possano essere messe in discussione da chi vive un’esperienza storica e politica diversa. In questo caso si tratta di Ilan Pappè, storico israeliano che, al contrario di quanto scritto nel titolo del podcast, non ha una proposta “radicale” bensì fondata sulla sua profonda conoscenza del territorio, della cultura e della storia israeliana e palestinese. (So che è una puntata per abbonati e me ne dispiaccio. Io me la sono potuta godere grazie al pensiero di un’amica: spero che anche tu abbia una persona che ti possa fare il regalo di ascoltare questo episodio.)
Invece di chiedere “Perché le donne palestinesi partoriscono ancora?”, parliamo di reprocidio, pezzo importantissimo di Rompere le uova, la newsletter di Ilaria Maria Dondi. Dondi parte da una domanda che rivela la visione paternalista con cui osserviamo gli orrori del mondo e approfondisce con maestria una faccia della violenza riproduttiva: il reprocidio.
Per oggi chiudo qui, ci rileggiamo la prossima settimana!
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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice






Grazie Alice, molto bello. Che tu sappia, la narrazione sulla "scoperta" dell'America sta cambiando in Italia, o nisba? È bello vedere che esistono movimenti di contrasto in Spagna, mi chiedo se generalmente nelle scuole so cominci pure a insegnare la storia in modo diverso o se siamo fermi là dove stavamo quando l'ho fatta io.
Stanno cercando di “rebrand” Columbus Day anche qua negli States come “Indigenous people day”. Non so come andrà. Li voglio vedere a rebrand il giorno del Ringraziamento…….