#113 Zerosedici
Come reagiamo quando assistiamo a una violenza machista per strada, tra persone sconosciute?
Ciao! Il penultimo episodio di Ojalá parlava delle tecniche di makeup camouflage per partecipare alle manifestazioni per strada; la settimana scorsa, invece, non c’era niente da celebrare.
In questo episodio:
Il racconto di un fatto a cui ho assistito il mese scorso vicino a casa mia. Si parla di molestie per strada.
Come ho reagito, come mi sono sentita durante e dopo (spoiler, male e con molti sensi di colpa).
L’esperienza con lo 016, il numero spagnolo di assistenza contro la violenza di genere. Si può chiamare anche per avere un consiglio, oltre che per chiedere assistenza diretta.
La piattaforma StandUp e le mini formazioni online contro le molestie nei luoghi pubblici.
Una guida in italiano del Ministerio de Igualdad spagnolo.
Altre letture e visioni che ti consiglio, tra cui il programma Si dice donna e una campagna ministeriale spagnola che parla agli uomini.
Va, iniziamo. 🍉
Un sabato notte dello scorso settembre stavo rincasando da una cena con amiche e poco prima del mio portone ho incrociato un ragazzo e una ragazza. Indossavano vestiti eleganti, sembrava che stessero andando a (o tornando da?) una cerimonia. Lui era molto arrabbiato, alzava la voce e accusava la ragazza di aver cambiato idea rispetto a qualche programma che avevano fatto; lei gli camminava a fianco, lenta e a testa bassa.
Sono subito entrata in allerta, con la sensazione che quella non fosse una passeggera litigata di coppia. Appena li ho superati si sono fermati: lei si è appoggiata contro il muro, diceva di non voler più proseguire, lui le urlava contro e agitava le mani sopra la testa, imprecando, senza toccarla.
Mi sono fermata in mezzo alla strada, a una decina di metri da loro, e di proposito sono rimasta a osservarli. Non volevo dileguarmi ma nemmeno intervenire direttamente: il corpo mi stava dicendo di rimanere lì, presente osservatrice, e di aspettare in silenzio, per non dare adito a lui di arrabbiarsi ancora di più. Lui non ha fatto cenno di accorgersi della mia presenza, e dopo altre due imprecazioni urlate contro la ragazza ha cambiato marciapiede, apparentemente deciso ad andare via da solo, ma ancora fermo.
A quel punto mi sono sbloccata e mi sono avvicinata a lei. La ragazza era ancora appoggiata al muro, l’espressione stranita, le ho chiesto se stesse bene, se avesse bisogno di aiuto. Mi ha detto di no, grazie, ma non aveva bisogno di me, che stessi tranquilla.
Io non ero tranquilla manco per niente, la scena a cui avevo assistito mi aveva informicolato le mani e la lingua, segnali che il mio corpo lancia quando ha paura. Lui è rimasto a guardarci dal marciapiede opposto senza dire nulla, poi si è voltato e ha girato l’angolo.
Ho tergiversato, indecisa sul da farsi; sei sicura? le ho chiesto. La ragazza mi ha riconfermato di sì e ha ripreso a camminare, gli occhi fissi sull’angolo di strada da cui — mi sono resa conto in quel momento — lui era ricomparso per aspettarla. Insieme si sono diretti verso la piazzetta con il bar pieno di gente, quello che porta alla stazione, e ho immaginato — sentendo sfumare le urla di lui, che intanto erano riprese — che fossero saliti sul treno che sferragliava sui binari proprio in quel momento.
Sono tornata a casa con le gambe incerte, scossa da decine di domande: mi sarei dovuta comportare diversamente? Avrei dovuto chiamare qualcuno? Avrei dovuto dire qualcosa a lui? Avrei messo a rischio la ragazza, se lo avessi fatto? O mi sarei dovuta mettere l’anima in pace, visto che lei non mi aveva chiesto aiuto? Avrei dovuto chiamare la polizia? Stavo esagerando?
Ho ripercorso la scena più volte mentre salivo le scale di casa mordendomi l’interno delle guance, in preda ai dubbi e alla bruciante consapevolezza di aver dimenticato (l’ho mai saputo davvero? Esiste?) il protocollo “corretto” da seguire per un caso di violenza machista1 verbale come quello a cui avevo appena assistito.
Allora ho chiamato lo 016, il numero spagnolo per l’assistenza telefonica in caso di violenza di genere, per chiedere un consiglio su come è meglio comportarsi in casi come questi.
La mia esperienza con lo 016, il numero spagnolo di assistenza contro la violenza di genere
Dopo pochi squilli mi ha risposto un’operatrice. Le ho descritto la scena, la mia scelta di osservare da vicino senza intervenire, l’attesa di un momento di solitudine della ragazza per capire come stesse, l’indecisione successiva, il bruciore di vederli andare via insieme, il senso di colpa.
L’operatrice mi ha rassicurata, ha detto che ho agito bene e che avrei potuto chiamare anche la polizia. Mi ha consigliato di farlo comunque, anche se erano passati diversi minuti dal fatto, e di lasciare una segnalazione su quanto avevo visto, “perché è sempre meglio avere un registro”, mi ha detto. L’ho fatto, anche se con un’inquietudine che molte di noi conoscono bene.
Ho continuato a pensarci per giorni e ne ho parlato con persone vicine chiedendo e tu cosa avresti fatto?
Ne scrivo ora, a distanza di settimane, perché sono entrata a patti con l’idea di aver fatto il possibile in quel momento, e che una risposta giusta, valida sempre, al 100%, non ci sia. Ne scrivo anche perché posso dare un nome a quello che ho visto — violenza machista verbale, come ho scritto sopra — ma non saprò mai come l’ha chiamato lei, la protagonista, né chi era o che relazione aveva con quella persona che la stava aggredendo verbalmente per strada.
Ne scrivo ora perché da igual quando, è sempre il momento per parlarne, e allo stesso tempo penso che non si sia mai del tutto preparatə ad agire “come da manuale” di fronte a certe situazioni. Soprattutto quando coinvolgono persone sconosciute incontrate per caso, soprattutto quando non c’è nessun’altra persona testimone oltre a noi, soprattutto quando il corpo inizia ad avere paura e sulle prime ti blocca.
Quella sera, oltre ad aver chiamato lo 016, ho fatto anche diverse ricerche sul web per capire se esiste un vademecum, una guida che aiuti ad agire senza fare danni in queste situazioni che un tempo avremmo chiamato “questione privata”.
È bastata una ricerca per atterrare sul sito della delegazione del governo spagnolo contro la violenza di genere; ne avevo già parlato nell’episodio 74 di Ojalá a proposito del pulsante “Esci in fretta”:
In fondo alla pagina Qué hacer (“Che fare”) ho trovato il “protocollo” che stavo cercando, te lo traduco:
Se sei testimone di un atto di violenza di genere…
Non distogliere lo sguardo, agisci. Tradizionalmente la violenza di genere era considerata una questione privata in cui nessuna persona estranea doveva intervenire.
Oggi però la violenza di genere è considerata un problema sociale ed è un reato pubblico. Per questo noi cittadini abbiamo l’obbligo di denunciare alle autorità, affinché si possano attivare i diversi meccanismi di protezione delle donne e i fatti non rimangano impuniti.Se senti o assisti a un atto di violenza di genere, contatta il numero verde di assistenza immediata 112, indicando con precisione il luogo dei fatti affinché la polizia possa intervenire il prima possibile.
Se provo a fare la stessa ricerca in italiano, tra le prime fonti istituzionali che trovo c’è il sito del numero antistalking e antiviolenza 1522, che offre anche una chat live per scrivere a un’operatrice. Rispondono velocemente (24 ore su 24, 7 giorni su 7) e con cura: la persona con cui ho chattato per chiedere un parere sul fatto che ti ho appena raccontato mi ha dato le stesse rassicurazioni dell’operatrice spagnola.
Curiosamente, tra i primi risultati web che trovo in italiano c’è anche un documento del Ministerio de Igualdad spagnolo tradotto in italiano: Guida all’azione di fronte alla violenza maschile (è un file pdf).
Lo stesso documento si trova tradotto in altre 10 lingue: spagnolo, catalano, basco, valenciano, gallego, inglese, francese, tedesco, portoghese e arabo.
L’esperienza da “spettatrice” che ti ho raccontato in questo episodio di Ojalá mi ha lasciata, come avrai capito, con molte domande. Non solo sul da farsi in situazioni del genere, ma anche sui miei sentimenti durante e dopo.
Le persone che ho ammorbato quella sera con il mio racconto dettagliato lo hanno visto e sentito: pur avendo agito in qualche modo, ero in preda ai sensi di colpa.
Le 5D contro le molestie in luoghi pubblici
Mentre abbozzavo questo episodio e ne discutevo con la mia fidata editor, mi sono imbattuta nel sito di StandUp International, piattaforma che offre brevi formazioni online per contrastare le molestie per strada e nei luoghi pubblici.
Il sito web, lanciato cinque anni fa in più lingue dal movimento Right To Be e dall’azienda L’Oréal, contiene mini tutorial su come reagire usando il metodo delle 5D:
distrarre
delegare
documentare
dare sostegno
dire.
Prova a farci un giro e dimmi come ti sembra, io l’ho trovato utile. Mentre lo esploravo, mi ha colpito questo testo:
Non sei sola.
L’80% delle donne è stato vittima di molestie sessuali in luoghi pubblici. Tuttavia la maggior parte di noi non prende posizione perché si sente a disagio, turbata e impotente.
Finiamo persino con l’autocolpevolizzarci, quando in realtà non è mai colpa nostra. Per non sentirsi mai più così. Per non guardare più da un’altra parte. Per sentirsi al sicuro e in controllo di sé. In qualunque modo tu decida di affrontare la situazione, sappi che non è tua responsabilità avere la reazione perfetta, mentre è responsabilità di chi molesta non farlo.
In uno dei primi episodi di Ojalá, a dicembre 2021, scrivevo del privilegio di poter andare via quando una donna vuole chiudere una relazione:
Oggi non userei di nuovo la formula corta del “privilegio” per parlare della libertà di lasciare un uomo senza temere le conseguenze, ma se vuoi leggere quell’episodio e dirmi cosa ne pensi sono qui.
📚 Per continuare a discuterne
Stare vicine è l’invito che arriva dall’ultimo episodio di Le ragazze stanno bene, la newsletter di Nicoletta Labarile. «La responsabilità collettiva è quella di fare in modo che le donne non abbiano paura mai. Per cui guardiamoci: uno sguardo di conforto e una mano tesa possono salvare una sconosciuta, un’amica, una compagna, una sorella.»
Come contare davvero i femminicidi, una bella intervista a Donata Columbro per Appunti - di Stefano Feltri . In un contesto in cui si fa ancora fatica a parlare con complessità e visione intersezionale di violenza di genere, il lavoro di Donata sul femminismo dei dati e sull’atto politico di contare i femminicidi mi dà grandissima speranza.
Si dice donna fu un programma della Rai andato in onda dal 1977 al 1981. Era un’indagine a puntate sulla condizione delle donne in Italia, prodotto e condotto dalla regista Tilde Capomazza.
Come racconta la biografia di Tilde Capomazza sull’Enciclopedia delle Donne, «Si dice Donna diventa, dal punto di vista politico, un dirompente esempio del cambio di passo culturale della Rai, che per la prima volta porta sullo schermo delle case italiane, e quindi dentro la vita quotidiana delle famiglie i temi, la visione e lo sguardo femminista sulla realtà.»
Sono passati quasi cinquant’anni, eppure certe testimonianze delle donne intervistate nel corso del programma raccontano situazioni che, per alcuni versi, sono migliorate poco. Visione consigliata (è su RaiPlay), rischio gastrite nervosa molto alto.Le uova, los huevos in spagnolo, sono uno dei sinonimi volgari ma molto colloquiali per parlare di testicoli, “le palle”. È su questo gioco di parole che si sviluppa la nuova campagna del Ministerio de Igualdad per parlare di mascolinità. Si tratta di un monologo di un minuto e mezzo interpretato dall’attore Paco León e intitolato Por huevos:
Te lo traduco (anche se si perde un po’ il gioco di parole):
Parliamo di uova.
Tu le hai, te ne servono un po’? Cosa bisogna fare per averle?
Forse un buon modo è andare a fare la spesa da solo, no? Sicuramente.
Certo, avere le uova può servirti per molte cose.
Puoi farci una tortilla, puoi preparare una empanada o avere il coraggio di dire al tuo collega che se manda un’altra foto di quella tipa lo denuncerai.
Due uova ti danno proteine, vitamine e il fegato per difendere ciò che è giusto. Averle significa… beh, vestirti come ti pare, baciare chi ti merita.
Piangere non te ne fa avere meno, così come urlare non te ne fa avere di più, eh? No, non funziona così.
Perché se davvero le hai, non devi andare a dirlo in giro a dire. Che le hai. Le uova.
Per molto tempo abbiamo creduto che ci fosse un solo modo per averle, ma è ora di cambiare.
Onesta, a me non ha convinto molto. La trovo molto estetica, più cinematografica che incisiva, anche se il gioco di parole mi ha incuriosita. Allo stesso tempo, mi dico, ben vengano tutte le comunicazioni che parlano agli uomini e spostano il focus su di loro (non è una novità nella comunicazione istituzionale spagnola, ma anche qui si procede tra alti e bassi).
Ti va di dirmi cosa ne pensi?
Nella biblioteca digitale di Ojalá trovi risorse utili per approfondire questi temi: campagne di sensibilizzazione, paper e consigli di lettura che allargano lo sguardo e la consapevolezza sulle questioni di genere (e su come agire a riguardo). Per consultare questa e tutte le altre sezioni che la compongono, ti basta sostenere Ojalá per dodici mesi.
Per oggi chiudo qui, ci rileggiamo la prossima settimana!
Vuoi scrivermi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice
È una delle espressioni che, in Spagna e in alcuni Paesi latinoamericani come Messico e Colombia, si usa da circa un decennio per definire il problema sistemico della violenza contro le donne. Ne avevo parlato più approfonditamente tre anni fa, nell’episodio di Ojalá intitolato Dalle 9 alle 5.








Stare vicine è quello che possiamo fare, hai agito benissimo e soprattutto non è mai facile❤️ personalmente il modello delle 5d mi è stato utile in diverse situazioni. Ma bisogna allenare l'occhio così da accorgersi bene dove la violenza si insinua. Spesso le vittime sono le prime a sminuire, per "vergogna" (che deve cambiare lato) e senso di colpa. Ma credo che, il "semplice" stare vicine in quel momento a chi ha bisogno, possa aiutare chi subisce anche a posteriori. Il potere di sentire che un'altra donna è lì vicino a te smuove le cose e dà tanto coraggio.
Grazie Alice, soprattutto per aver condiviso anche dubbi e paure. Parlarne ci aiuta, io stessa ripenso a episodi di violenza verbale e non solo su cui son passata sopra ma che son rimasti impressi in me e con maggior consapevolezza mi dico oggi che no, non è "normale". Personalmente mi trovo in difficoltà quando vedo adulti che trattano in modo violento bambine e bambini: spero in una maggiore sensibilizzazione anche in questo campo.