#114 Questa è la mia casa
La crisi sistemica del diritto alla casa e il lessico predominante che ancora la definisce emergenza.
Ciao! La settimana scorsa Ojalá si chiedeva come reagiamo quando assistiamo a una violenza machista per strada, tra persone sconosciute. Nell’episodio prima, invece, non c’era niente da celebrare.
In questo episodio:
Una parola chiave del lessico della giustizia sociale, chi vive in Spagna la incontra presto: desahucios, gli sfratti.
Parlare di emergenza non basta più: qualche dato di contesto sulla situazione da questa parte del Mediterraneo.
Una storia di sfratto in cui c’entrano il machismo, il franchismo ma pure il linguaggio del capitalismo.
Il futuro come non vogliamo immaginarlo: una campagna istituzionale andata male, quella del ministero spagnolo per le politiche abitative. Ministerio de Vivienda, ci stai prendendo in giro?
Altre letture che ti consiglio tra diritto alla casa, rabbia, familismo e la responsabilità del privilegio.
Va, iniziamo. 🍉

Desahucio è una parola spagnola che prima o poi entra con decisione nella nuvola lessicale di chi sta prendendo dimestichezza con il castigliano.
È una parola composta dal prefisso des-, che indica capovolgimento di un’azione, e il verbo arcaico afuciar, derivante dal latino fiduciare (dare fiducia, avallare).
Il suo significato etimologico è togliere fiducia a una persona.
Nel lessico odierno indica l’attività di mandar via di casa unə inquilinə. Desahucio, insomma, si traduce con sfratto.
L’etimologia del nostro “sfratto” invece è legata alla parola fratta, cioè siepe, cespuglio intricato. Secondo il dizionario Treccani, sfrattare significa «cacciare via qualcuno da una casa recintata con fratte».
Un significato che vira più sul concetto di proprietà privata e non contempla il sentimento di fiducia.
Ho scritto che desahucio è una parola che prima o poi entra nel nostro vocabolario perché il tema degli sfratti occupa uno spazio molto rilevante nel discorso pubblico spagnolo.
Probabilmente c’è anche un bias di mezzo perché vivo in provincia di Barcellona, da anni tra le città spagnole in testa alle classifiche per numero di sfratti annuali.
Ma è innegabile che la burbuja inmobiliaria (bolla immobiliare) scoppiata con la crisi economica del 2008 e la conseguente disoccupazione massiva, abbia ferito profondamente il tessuto sociale spagnolo e la sua relazione con il concetto di casa.
Tra il 2008 e il 2015 la Spagna ha registrato oltre mezzo milione di esecuzioni ipotecarie e centinaia di migliaia di sfratti. In più, a differenza di altri Paesi, prima del 2015 la legge spagnola non cancellava il debito residuo dopo lo sfratto: chi perdeva la casa continuava a dover soldi alla banca.
Tutto questo ha creato un trauma collettivo che ancora oggi struttura il dibattito pubblico e ha dato vita a numerose associazioni e movimenti a difesa del diritto alla casa: una delle più attive è la PAH (Plataforma de Afectadas por la Hipoteca), nata nel 2009 per assistere le persone in difficoltà con mutui o canoni d’affitto.
Dire emergenza non basta più
Secondo Provivienda, l’osservatorio governativo che monitora la situazione abitativa in Spagna, nel 2024 gli sfratti nel Paese sono ammontati a 27.654: il 74,6% di questi era dovuto a morosità nel pagamento dei canoni d’affitto. Di questi ventisettemila e passa sfratti nazionali, il 27% si è concentrato in Catalogna. Oltre alle morosità dei canoni di affitto, l’altra causa più comune di sfratto è la sopravvenuta impossibilità di pagare il mutuo.
Spiegare il perché di questa situazione sarebbe lungo e in più non ho conoscenze approfondite per farlo (per questo ti consiglio il lavoro di Roberta Cavaglià che è molto attenta al tema; ne ha parlato anche in alcuni episodi di Ibérica, tra cui Smettere di pagare l’affitto).
Ti traduco però un riassunto dal sito di Provivienda:
La mancanza di alloggi a prezzi accessibili in Spagna si deve a diverse ragioni, come il prezzo elevato delle abitazioni o il costante aumento dei canoni di affitto, che complicano l’accesso a una casa e il suo mantenimento. Altri aspetti da tenere in considerazione sono la scarsità di alloggi sociali e a prezzi accessibili rispetto al resto d’Europa, ma anche l’assegnazione dei fondi e la ripartizione del bilancio destinato all’edilizia abitativa.
Il lessico di una crisi sistemica
La crisi abitativa e il lessico che la descrive sono da molti anni pilastri delle conversazioni pubbliche e politiche spagnole. Quasi ogni giorno si trovano sui giornali storie di desahucios, alcuni dei quali terminano in tragedia, o si vedono sui social video di sfratti di famiglie e persone in condizioni di vulnerabilità.

Di sfratti e crisi abitativa scrivono la politica e i media, ma ne parliamo molto anche noi che viviamo in città sempre più care e conosciamo da vicino — per esperienza diretta o di seconda mano — gli effetti della crisi immobiliare che da anni infesta la penisola iberica: contratti di locazione inesistenti o pieni di falle; canoni d’affitto insostenibili per persone con stipendi nella media; l’airbnbizzazione dei quartieri, sempre più a misura di alloggi turistici che di alloggi per residenti; il conseguente allontanamento dalla città per poi realizzare che l’economia abitativa della provincia non è poi taaaaanto più conveniente.
Uno sfratto con radici nel machismo franchista
Una delle storie di sfratto più riprese in questi giorni è quella di Maricarmen (il cognome non è stato divulgato): è una signora di 87 anni che vive da sola in centro a Madrid e sta per perdere l’appartamento in cui vive da sempre. I suoi genitori lo avevano affittato nel 1956 con uno di quei contratti a canone accessibile e durata indefinita che in Spagna esistevano fino a metà anni ‘80.
Dal 2018, l’appartamento della signora è passato in mano a due fondi di investimento che, senza sorprese, hanno fatto i loro interessi speculativi. Il primo fondo le aveva proposto di acquistare l’appartamento per 250.000 euro, ma data l’impossibilità di Maricarmen di affrontare l’acquisto, l’appartamento è stato venduto a un altro fondo. Che nel 2020 ha inviato alla signora una denuncia di sfratto.
La denuncia si basava su un cavillo legale intrecciato al machismo di una legge franchista che non permetteva alle donne di firmare contratti d’affitto.
È colpa del machismo di Franco se ora rischio di perdere la mia casa, ha raccontato la signora in questa intervista per El País.
Quando i suoi genitori affittarono l’appartamento, infatti, solo suo padre poté firmare il contratto di locazione. La legge del tempo non permetteva alle donne di cointestarsi l’affitto, per cui la locazione rimase solo a nome del padre. Alla morte di lui, pochi anni dopo, sua moglie dovette subentrare nel contratto con una surrogazione; questo passaggio le permise di continuare a vivere nella casa insieme alla figlia fino alla sua morte, avvenuta nel 2005.
Maricarmen ha ereditato il contratto dei genitori, subentrando alle stesse condizioni della prima stipulazione: un affitto che veniva aggiornato ogni anno in base all’indice dei prezzi al consumo e ad altre spese come l’IMU. Il fondo di inversione che la vuole sfrattare si è basato su un punto del diritto di locazione: la seconda surrogazione del contratto — quella iniziata dopo la morte della madre di Maricarmen — poteva durare al massimo due anni, e ora il tempo è scaduto. Il Tribunale Supremo gli ha dato ragione, la signora dovrà abbandonare l’appartamento dopodomani, 29 ottobre.
Il Sindicato de Inquilinas, che sta seguendo la signora nel processo, ritiene che la sentenza sia senza precedenti perché privilegia i requisiti formali della surrogazione rispetto allo spirito della legge e alla realtà sociale del momento.
Il linguaggio del capitalismo
Queste notizie dalla Spagna si intrecciano, come tasselli di un continuum di ingiustizie sociali, con quelle che arrivano dall’Italia: lo sgombero violento di due famiglie nell’ex Telecom di Bologna — diventato emblematico grazie a un video molto condiviso sui social — o la tragedia di Castel d’Azzano, dove una famiglia sotto sfratto ha fatto esplodere il casolare in cui viveva uccidendo tre carabinieri.
La signora Maricarmen incolpa in primis il machismo di Franco ma l’eco più forte, oggi, arriva dal linguaggio del capitalismo; quello che sovrasta il senso comune e la necessità di proteggere i diritti umani, tra cui quello ad avere un tetto sotto cui vivere.
A questo proposito riprendo un passaggio di un articolo di Laetitia Leunkeu per Valigia Blu, pubblicato dopo lo sgombero del centro sociale Leoncavallo a Milano:
“Legalità” è diventata la parola-feticcio che le istituzioni agitano ogni volta che devono nascondere le proprie responsabilità dietro il velo di una presunta neutralità, che cancella la violenza e la riveste di burocratica normalità.
È il linguaggio che trasforma gli sgomberi in atti neutri, o i pestaggi in “gestione dell’ordine pubblico”. Negli ultimi anni si è saldata con un’altra parola magica: “decoro” e insieme funzionano come perfetta grammatica dell’esclusione. Una logica dove il problema non è la violenza delle disuguaglianze, ma chi la rende visibile. Non la miseria, ma chi la abita.
Degli sviluppi più recenti sul tema degli sfratti parla con grande chiarezza anche Valerio Nicolosi in questa puntata del podcast Scanner: La guerra ai poveri del governo Meloni e le città per i ricchi.
Visto che su Ojalá ragioniamo sulle parole che pungono, accolgono e trasformano, oggi voglio contestare il lessico dell’emergenza per parlare di diritto all’abitare. Non siamo più in emergenza abitativa; siamo dentro una crisi strutturale e globalizzata che non ha più i caratteri dell’estemporaneità ma della sistematicità.
È ora di riprenderci il diritto alla casa, come titolava Valigia Blu per questo articolo di Matteo Pascoletti sulla lotta contro la crisi abitativa in Europa.
Coinquilini nel 2055
La nuova campagna video del Ministerio de vivienda y agenda urbana, il ministero spagnolo che si occupa delle politiche abitative, inizia con una domanda evocativa: come immagini il tuo futuro?
La storia che si sviluppa nel successivo minuto di video suona familiare e distopica allo stesso tempo; sembra la realizzazione di uno degli incubi delle migliaia di persone — tra cui moltissime della generazione millennial e Gen Z — che non possono permettersi una casa tutta per sé: vivere per decenni in condivisione d’affitto.
Protagoniste della campagna #PorUnFuturoDigno (“per un futuro dignitoso”) sono quattro persone di età alta che nel 2055 stanno ancora condividendo un appartamento. Sbuffano, litigano, si lamentano per tutte le scocciature che dividere casa con altre persone adulte può comportare: lavello pieno di piatti sporchi, spazi che lasciano poco margine all’intimità, cibo che sparisce dal frigo.
Più che a un coinquilinaggio adulto, sembra di assistere a una scapigliata prima esperienza di convivenza. E infatti l’opinione pubblica non l’ha presa bene: numerosissime le critiche, che leggono in quel racconto ambientato nel 2055 una presa in giro dello scomodo presente di una larga fetta di popolazione.
Ma tant’è: il Ministerio ci ricorda che sono passati 47 anni dall’articolo 47 della Costituzione, che sancisce il diritto a godere di un’abitazione dignitosa e adeguata alle proprie condizioni.
E quindi? La domanda sorge spontanea anche a me: quante politiche e quanti interventi pubblici servono ancora per dare piena attuazione a quel principio costituzionale? A giudicare da ciò che stiamo vivendo oggi, siamo soltanto all’inizio.
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📚 Altre letture che ti consiglio
Sarah Gainsforth è una delle persone in Italia che più sta scrivendo sulle storture attuali delle politiche abitative, tra gentrificazione e massificazione turistica. Io sto leggendo Abitare stanca. La casa: un racconto politico (effequ, 2022), e da poco è uscito per Laterza anche L’Italia senza casa: Politiche abitative per non morire di rendita.
Gli sfratti a Bologna sono una vergogna destinata a ripetersi, scrive Salvatore Papa in questa utile analisi uscita proprio stamattina per Lucy sulla cultura.
Venti gradi di differenza è un reportage del team di Unbias The News che arriva dalle zone periferiche di Parigi e Barcellona: storie familiari in cui si intersecano il diritto all’alloggio dignitoso e le conseguenze del cambio climatico.
C’era una volta il familismo: Alessia Luzzati ha scritto per inGenere un’utile analisi comparata tra le politiche per la famiglia in Italia e Spagna. Quest’ultima sta riuscendo a sostenere l’occupazione femminile e a promuovere una reale condivisione dei carichi di cura tra uomini e donne all’interno delle famiglie.
Cosa c’è oltre la rabbia: trauma, giustizia e soggettività femminista: su L’Indiscreto, Irene Doda parte da una sua storia familiare di violenza di genere per riflettere sul binomio vittima/carnefice. Cosa resta fuori da questa dicotomia? Come riposizioniamo tutti gli attori e i fattori ambientali che influenzano la violenza? E come andare oltre le nostre cicatrici per disegnare nuovi itinerari e un mondo libero dalla violenza di genere?
La responsabilità del privilegio: venticinque minuti in compagnia del grande attivista politico Noam Chomsky per ragionare sulle responsabilità che abbiamo nell’uso dei nostri privilegi (senza farci bloccare dai sensi di colpa).
Per oggi chiudo qui, ci rileggiamo la prossima settimana!
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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende tech internazionali.
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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice





Ciao Alice, ho recuperato solo ora la newsletter <3 Grazie mille della citazione del mio articolo, sono molto contenta ti sia piaciuto!