#115 Ode all'ibrido policulturale
Perché non ne posso più di sentirmi chiedere se, in quanto italiana, evito di bere il cappuccino dopo mezzogiorno. Le culture che come talee migrano e convivono, generando nuovi meravigliosi ibridi.
Ciao! La scorsa settimana Ojalá era dedicata al diritto alla casa, con una storia di sfratto imminente che, per il momento, è stato sospeso. Due settimane fa, invece, mi chiedevo come reagiamo di fronte alla violenza di genere quando la vediamo per strada, tra persone sconosciute.
In questo episodio:
Una riflessione che parte da casa mia e dalle culture che contiene.
Non mi ritrovo nella definizione di multiculturalità, per questo abbraccio quello di policulturalità.
(Mi perdonino le persone che hanno studiato antropologia: se trovate imprecisioni o volete proporre approfondimenti, i commenti sono aperti 💜)
Policulturalità tra cibo, videogiochi e serie tv: consigli di visione che mi sono divertita a raggruppare.
Un libro da leggere con un capitolo molto policulturale: Sugo.
Letture e curiosità da scoprire tra emoji, Spanglish e altre amenità.
Va, iniziamo. 🍉
Qui a casa l’altare del día de muertos è ancora composto e illuminato, ma tra qualche ora lo smantelleremo. Anche quest’anno ha ospitato un oggetto o il cibo preferito delle persone care della nostra famiglia e delle amiche che hanno cenato da noi venerdì sera.
In questi giorni di passaggio tra ottobre e novembre in casa nostra prevale la messicanità, che poi tornerà a fondersi in quell’ibrido culturale che — a detta di chi l’ha visitata (non me lo dico da sola ma so che hanno ragione 😬) — la rende così accogliente: oltre al Messico ci sono la Sardegna, l’Australia, pezzetti dell’Italia in cui abbiamo vissuto ed elementi della Catalogna che ci accoglie.
Dopo più di vent’anni di emigrazione e decine di lacci migratori familiari allungatisi su tre continenti, pensarmi semplicemente “calata” in un ambiente multiculturale non è più sufficiente. A casa nostra le culture non si incontrano soltanto: sono ormai fuse in un costrutto unico fatto di lingua ibrida, celebrazioni e ricette riadattate, espressione estetica non incasellabile in una cultura dominante.
È anche per questo che mi sento così a mio agio nel concetto di policulturalità, che va oltre i modelli più classici di multiculturalità (coabitazione tra culture) e interculturalità (dialogo tra culture).
Di interferenze linguistiche e dei prestiti di parole che aiutano a descrivere il nostro mondo, soprattutto quello interiore, ho parlato in due episodi di Ojalá. Uno è di qualche settimana fa:
L’altro viene da settembre dello scorso anno:
La policulturalità che ci libera
Non voglio addentrarmi in definizioni antropologiche: il concetto di cultura è complesso, stratificato, e non sempre facile da maneggiare fuori da certi contesti. (Anzi, spero che questa Ojalá antropologicamente profana non infastidisca chi di antropologia si nutre per studio o per mestiere.)
Due settimane fa ho tenuto una lezione di comunicazione inclusiva a un gruppo di una ventina di persone provenienti da 17 Paesi e 4 continenti. Abbiamo parlato di come far convivere — nelle relazioni, nei progetti e nei team — stili comunicativi molto diversi, spesso modellati da contesti culturali eterogenei.
E ogni volta che si apre il tema della comunicazione interculturale, riaffiorano vecchi schemi e framework un po’ stanchi, che continuano a vedere le culture come entità rigidine, separate e “classificabili”. Approcci che rientrano, di solito, sotto l’etichetta di multiculturalità.
Meno si parla, invece, di un’idea più porosa e vicina a molte delle nostre vite, migranti o meno: quella di policulturalità.
Partendo dalla multiculturalità…
Quando usiamo l’approccio multiculturale, parliamo di un ambiente in cui convivono più gruppi culturali, etnici o religiosi — spesso trattati come entità stabili, poco mutevoli nel tempo.
Come esempio, mi vengono in mente Carlton, Coburg e Brunswick, tre sobborghi di Melbourne, in Australia, dove si è stabilita e ha messo radici la comunità italiana della città. A partire dal secondo dopoguerra, e per moltissimi anni, quelle zone hanno rappresentato il cuore della Little Italy con ristoranti, panifici, librerie e associazioni culturali. Lì si parlava, si cantava e si mangiava italiano. Si celebravano le ricorrenze italiche in una nostalgica (e a tratti anacronistica) ricostruzione dell’Italia lasciata alle spalle.
Oggi le cose sono cambiate, ma le tracce della convivenza tra cultura italiana e le altre che compongono il ricchissimo mosaico australiano sono ancora visibili. Ne avevo parlato, mostrando anche alcune foto dal mio viaggio, qui:
È questo l’approccio multiculturale che abbiamo interiorizzato per anni: culture nazionali come compartimenti stagni, catalogabili in base a set di abitudini, idiosincrasie, passioni e cliché.
Per tanto tempo, uno dei framework più famosi per l’analisi delle differenze interculturali è stato quello dell’antropologo olandese Geert Hofstede. Il suo metodo categorizza le culture in sei fattori culturali chiave: l’importanza delle gerarchie di potere, l’individualismo, la competitività, l’avversione all’incertezza, l’indulgenza e l’orientamento al futuro.
Ora: ti basta usare uno dei tanti strumenti che confrontano i Paesi sulla base del framework di Hofstede per capire quanti limiti e generalizzazioni essenzialiste siano inglobati in questo approccio.
…per arrivare alla policulturalità
La policulturalità si affaccia in questa smania di classificare le culture su noiose linee rette e complica allegramente le cose. Il concetto è stato elaborato e discusso da storici come Robin D. G. Kelley e ripreso da autori come Vijay Prashad, che lo ha sviluppato in chiave anticoloniale e antirazzista.
Mi affascina perché rende giustizia all’indefinibile ventaglio di esperienze e vissuti generati non solo dalla convivenza tra culture, ma anche dall’intersezione tra le stesse.
La policulturalità apre all’assunto — per me molto liberatorio — che le culture si mescolano e si influenzano, in un dinamico movimento che genera l’inaspettato. E che permette alle persone di ritrovarsi non più solo in un’identità “nazionale” ma anche nell’ibrido di una o più neo-lingue e di riferimenti culturali — libri, film, cibi e tradizioni — che non sono “né di qua né di là”.1
Sono riferimenti nostri, nuovi, mutanti: sardi, italiani, messicani, catalani e spagnoli, più tutte le eredità che trascendono l’idea di etichetta “nazionale”. Spazi in cui possiamo preservare le nostre tradizioni originarie e introdurne di nuove senza timore di perdere le prime.
Policulturalità tra cibo, videogiochi e serie tv
Qualche mese fa, per un lavoro di consulenza DEI associata al mondo della traduzione, ho fatto una lunga e divertente ricerca sui videogiochi che abbracciano una visione policulturale.
Vuoi propormi anche tu un progetto di consulenza DEI?
Uno dei videogiochi più carini che ho trovato è questo:
Venba
Venba, prodotto da Visai Studios, è un videogioco narrativo delicato e profondo che rappresenta bene la policulturalità. Racconta la storia di una famiglia tamil emigrata in Canada e si concentra sulle esperienze della madre, Venba, che mantiene il legame con le sue origini grazie alle ricette tradizionali dell’India meridionale. Il suo tratto visivo richiama i libri illustrati e le graphic novel poetiche: colori pieni, linee morbide, inquadrature pensate come tavole narrative. Una gioia!
Se poi anche tu sei sempre alla ricerca di serie tv per pasar un buen rato (= un momento di benedetto ozio), come dicono qui, ecco qualche consiglio di storie con una prospettiva policulturale:
Master of None
Una serie di Aziz Ansari e Alan Yang sulle vicende di Dev, attore trentenne di origine indiana che cerca di sbarcare il lunario a New York. La sua particolarità è che spesso il timone della narrazione passa a personaggi secondari: sono amici di Dev, provenienti anche loro da contesti diversi, che si muovono tra divisioni generazionali, negoziazione culturale e identità ibride.
Kim’s Convenience
La storia di una famiglia di origini filippine a Toronto, in Canada. La madre (Jean Yoon) e il padre (Paul Sun-Hyung Lee) gestiscono un mini-market e mantengono uno stretto legame con la loro lingua e cultura d’origine. I loro figli, invece — Janet (Andrea Bang) e Jung (Simu Liu) — sono nati e cresciuti in Canada e non sempre hanno un rapporto sereno con i genitori. Mi piace per il modo (ok, non sempre perfetto) in cui rappresenta le altalene tra cura delle proprie origini e adattamento culturale, processi continui e reciproci sia all’interno delle famiglie che delle comunità.
Edit: La mia nota “non sempre perfetto” tra parentesi si è rivelata troppo ottimista. Ricordavo che la serie era stata interrotta per discrepanze tra cast e writer, ma c’era di più. Grazie ad Anna Aresi per avermi segnalato questa intervista a Jean Yoon, una delle protagoniste della serie, che parla dei problemi di scrittura che ha avuto la serie nel corso degli anni.
Gentefied
Ne avevo già parlato ma ripeto volentieri. Gentefied è la bella storia di una famiglia chicana — l’aggettivo che in inglese indica le persone di origine messicana nate o cresciute negli Stati Uniti — a Los Angeles. Ana, Erik e Chris Morales cercano di salvare dalla gentrificazione la storica taquería del nonno Casimiro. Dentro ci sono molti dialoghi in Spanglish, tensioni intergenerazionali e anche una (secondo me) ben costruita narrazione di una storia d’amore lesbica ostacolata da divergenze politiche.
Ramy
Prodotta e interpretata dal bravissimo Ramy Youssef, la serie segue la storia di un ragazzo del New Jersey figlio di un padre egiziano (Amr Waked) e una madre palestinese (amatissima Hiam Abbass); a completare la famiglia c’è poi sua sorella Dena (May Calamawy). Nel corso degli episodi Ramy naviga questioni di fede, identità e relazioni sia all’interno della sua comunità musulmana che della società statunitense. Io l’ho trovata intelligentemente complessa nel tentativo di raccontare il percorso spirituale di Ramy con la sua vita da millennial. Dentro trovi un dialogo mai banale tra sessualità, tradizioni religiose, conflitto intergenerazionale, disabilità e questioni LGBTQIA+.
Bangla
Creata e interpretata da Phaim Bhuiyan, Bangla racconta con un linguaggio colorito e romanissimo le avventure di un ragazzo “50% bangladese, 50% italiano e 100% di Torpignattara”, come si definisce lui. È una commedia romantica che tratta con leggerezza non superficiale il legame tra tradizioni, religione, diritto alla cittadinanza e vita in una città multiculturale come Roma. Per certi versi ricorda Ramy, ma questa propende soprattutto per il lato comico.
Un libro che ti consiglio
Ho trovato la policulturalità anche nell’ultimo capitolo di Sugo. Perché il cibo della nonna è importante quanto un piatto stellato, di Mariachiara Montera (Blackie Edizioni, 2025). È un libro che contiene un grande manifesto: il cibo come primo atto politico della nostra vita. Mariachiara raccoglie storie che indagano con curiosità, e tanta abilità nello scrivere di cibo, il rapporto tra le nostre identità e quello che mangiamo (e anche come lo mangiamo).
Il capitolo che ti cito si intitola “Con un’altra lingua” e racconta il rapporto tra cibo ed emigrazione prendendo come spunto la storia di Sui Qin, arrivato trent’anni fa a Torino dalla provincia cinese dello Zhejiang.
Chi migra, scrive Mariachiara, porta con sé un capitale culturale — conoscenze, titoli di studio, libri e strumenti di lavoro — che muta nel tempo…
e viene plasmato da diversi fattori legati anche al potere, o alla burocrazia, come quando una ingegnera laureata in Iran non vede il suo titolo riconosciuto in Francia. A questo capitale flessibile ne accostiamo uno che ha carattere «nazionale»: chi migra impara la lingua locale, adotta dei codici di comportamento del paese ospitante, per conformarsi a nuovi standard culturali e linguistici. Le esperienze, anche culturali, aiutano ad adattarsi. La famiglia di Sui Qin ha cambiato il modo di fare colazione: se in Cina era abituata alla colazione salata con zuppa di riso (tipo porridge), baozi con carne di maiale, uova sode bollite con salsa di soia e tè, qui in Italia la colazione è con i biscotti, il tè o il ginseng.
(pagina 101)
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📚 Per continuare a leggere
La mappa delle culture. Come le persone pensano, lavorano e comunicano nei vari Paesi (ROI Edizioni, 2021) è il libro di Erin Meyer che compare sempre quando si parla di comunicazione interculturale sul lavoro. Ha i suoi limiti, ma offre anche un sacco di spunti da approfondire. Meyer guadagna punti quando si ascoltano i suoi aneddoti sulle consulenze di comunicazione nelle multinazionali (video in inglese con sottotitoli in italiano).
Embracing Spanglish as My First Language Validates My “Kinda Sabo” Identity: in questo intenso articolo Katherine G. Mendoza, scrittrice statunitense di origini ecuadoriane, racconta di come ha abbracciato le imperfette sfumature emotive della sua lingua familiare.
Un tema che affronto sempre nei miei corsi di linguaggi inclusivi è quello delle emoji: le tratto dal punto di vista dell’accessibilità digitale, ok, ma anche da quelle della comunicazione interculturale. Sapevi che molte delle emoji che usiamo quotidianamente sono considerate insulti in certe parti del mondo? E che non tutte le culture — linguistiche, ma anche generazionali — leggono le emoji allo stesso modo? Ecco qualche fonte:
L’impatto delle emoji nella comunicazione interculturale di Vinaaaa su Medium (in inglese).
Perché le emoji hanno significati diversi a seconda della cultura di Alex Rawlings per BBC (in inglese).
La comunicazione per emoji tra SEO e gap generazionali, articolo in italiano di Federica Oronti per Bee-Social.
Stop killing pasta è un episodio di Ojalá che contiene divertenti esempi di culturalizzazione; c’è anche la campagna di una catena spagnola di cibo pronto che prende in giro le persone italiane fissate con la pasta. 😬
Per oggi chiudo qui, ci rileggiamo la prossima settimana!
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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
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Alice
Preciso per evitare fraintendimenti. Con questo pensiero non voglio dare via libera alla pratica predatoria dell’appropriazione culturale, che è tutta un’altra cosa. L’appropriazione culturale avviene quando una persona o un gruppo consuma o spettacolarizza elementi culturali di un’altra cultura (spesso minorizzata o colonizzata), senza riconoscerne il contesto, la storia o il valore. Per identificare meglio l’appropriazione culturale considera che di solito si accompagna a uno squilibrio di potere: chi si appropria ha il privilegio di farlo “liberamente”, mentre chi ne è origine non ha avuto la stessa libertà di esprimere o conservare la propria cultura.













Articolo molto bello e grazie per i consigli, non vedo l’ora di vedere le serie e i film che hai citato!
Dalla mia casa policulturale alla tua, bellissima puntata 🩵