#124 Quella parola con la i
Era da un po' che non ci tornavo su: di intersezionalità e onore alle sue radici antirazziste.
Ciao!
L’ultimo episodio di Ojalá conteneva una richiesta linguistica importante, ancora di più in questo periodo storico: Non è l’America. Quello prima invece era dedicato ai no che ho ricevuto e ad alcuni miei progetti personali, lenti e silenziosi, che hanno puntellato l’anno appena terminato.
In questo episodio:
Preparare nuove formazioni spesso accende l’idea per un episodio di Ojalá. Quello di oggi ne è un esempio: dopo tanto tempo, torno con un piccolo dietro le quinte del mio lavoro e del senso di responsabilità che lo accompagna ogni volta che progetto formazioni sui linguaggi inclusivi e accessibili.
Intersezionalità, una parola da maneggiare con cura. Per descriverne le origini parto da una citazione di Mari Evans e dal Manifesto femminista nero del Combahee River Collective.
Una parola che non è un antidoto cura tutto: le teorie vanno bene, ma poi serve la pratica. Qualche metafora per spiegare meglio l’approccio intersezionale, inclusa la “critica del gazpacho” di Yásnaya Elena A. Gil.
Un pezzetto di web da recuperare: le parole inventate del “dizionario delle tristezze senza nome”. In particolare, sonder.
Altre letture lente da assaporare, tra cui una fonte importantissima per scrivere episodi di Ojalá come quello che stai per leggere.
In questo periodo sto preparando il materiale per una nuova formazione sull’approccio intersezionale nella comunicazione tra gruppi policulturali.
Che tradotto vuol dire: come si può comunicare con rispetto e consapevolezza in gruppi di persone eterogenee, con vissuti diversi e diversi gradi di privilegio ed esposizione a possibili discriminazioni?
Da buon ibrido policulturale quale sono, questo tipo di studio mi appassiona molto. E mi fa fare certi bagni di umiltà che lévati.
Mai come in questa epoca così complicata sento la responsabilità di continuare a lavorare con i linguaggi inclusivi e accessibili. Non ti nego che negli ultimi due anni ho avuto più volte la tentazione di defilarmi, passare ad altro, sopraffatta dalla congiuntura sociale, geopolitica ed economica dei tempi che viviamo. Ma forte del pensiero che anche decidere di defilarsi, a volte, può essere un modo comodo per esercitare il proprio privilegio, eccomi qui. Ancora: radicata, radicale, idealista.
Quelle parole con la i
Intersezionale è un aggettivo che, come inclusivo, negli ultimi anni abbiamo infilato un po’ dappertutto: a volte con piena consapevolezza, altre con entusiasmo ma poca chiarezza. Dalle bio di Instagram agli eventi e alle tavole rotonde (dove magari parlano sempre le stesse persone), “intersezionale” è diventato quasi un un bollino di garanzia, una sorta di parola jolly per segnalare una visione aperta e femminista della vita e degli ambienti che abitiamo. Una visione che spesso risulta in una depoliticizzazione dei discorsi, trasformandosi in quella che la sociologa Sirma Bilge chiama “intersezionalità ornamentale”1: come darle torto?
Il senso della prospettiva intersezionale, invece, viene da lontano e affonda le radici nelle traiettorie politiche e nell’attivismo del femminismo nero e antirazzista.
Per dirla breve, potremmo definire l’intersezionalità come la prospettiva teorica e, soprattutto, lo strumento di azione e giustizia sociale che tiene sempre in considerazione l’intreccio di oppressioni che gravano su gruppi minorizzati di persone.
Un esempio preciso di questo intreccio ce lo dà Mari Evans, poeta afroamericana e figura di spicco del Black Arts Movement, che fu esclusa dai circoli letterari neri degli anni ‘60 per essere lesbica. Così parlava della sua esperienza (i grassetti sono miei):
Spero che sempre più persone possano confrontarsi con il mio lavoro e con la mia identità, che trovino qualcosa nel mio lavoro che si riveli utile per le loro vite. Ma se non lo trovano, o non riescono a farlo, ci perdiamo tutti. Magari un giorno ci riusciranno i loro figli. Per quanto mi riguarda, confrontarmi con tutti gli aspetti che compongono la mia identità è stato necessario e molto generativo, e lo ripeto da tempo. Non sono fatta di un unico pezzo. Non posso essere solo una persona nera senza essere anche una donna, né posso essere una donna senza essere lesbica… Certo, ci saranno sempre persone, e nella mia vita ce ne sono state, che verranno a dirmi “Bene, a questo punto definisciti così e così”, escludendo altri aspetti di me. Farlo significherebbe commettere un’ingiustizia verso me stessa: un’ingiustizia nei confronti delle donne per cui scrivo. A dirla tutta, un’ingiustizia nei confronti di chiunque. Quando si circoscrive la definizione di sé a ciò che è conveniente o va di moda, o alle aspettative altrui, si perpetua l’inganno attraverso il silenzio.
— da Conversations with Audre Lorde, Jackson: University Press of Mississippi, 2004, pag. 72 - 73. La traduzione è mia.

Uno dei primi discorsi pubblici che oggi potremmo leggere in chiave intersezionale risale a due secoli fa. Sojourner Truth era una donna afroamericana nata in schiavitù, e diventata attivista abolizionista, che nel 1851 intervenne alla Conferenza sui diritti delle donne ad Akron, in Ohio: il suo intervento è passato alla storia per la celebre domanda “non sono forse anche io una donna?” — Ain’t I a woman? (ne avevo trascritto e commentato un passaggio in uno dei primi numeri di Ojalá).
Tra le prime pietre miliari della teoria dell’intersezionalità per come la conosciamo oggi, c’è il Manifesto femminista nero, scritto nel 1977 dal Combahee River Collective, un collettivo di donne nere di Boston. Lo puoi leggere qui in pdf e te ne traduco un passaggio:
Spesso facciamo fatica a distinguere l’oppressione razziale da quella di classe sociale e da quella sessuale, perché nella maggior parte dei casi queste esperienze si manifestano contemporaneamente nelle nostre vite. Sappiamo che esiste l’oppressione razziale-sessuale, che non è mai solo razziale o solo sessuale: pensiamo, per esempio, agli stupri perpetrati da uomini bianchi contro donne Nere, usati come arma di repressione politica.
Nonostante l’abbia chiamata anche teoria, l’approccio intersezionale rimane prima di tutto una pratica: non è un esercizio accademico, ma uno strumento analitico e politico che serve a confrontarsi e a combattere i sistemi di potere interconnessi che plasmano certe nostre vite. Per farlo servono le conoscenze teoriche ed empiriche, certo, ma poi bisogna passare alla difesa attiva dei diritti.
Intersezionalità non è una parola antidoto
Nel pezzo di Mari Evans che ho citato poco fa, il riferimento finale al silenzio mi ha ricordato una critica che viene posta, a seconda dei contesti, all’uso del termine intersezionalità: quando diventa una “parola contenitore” dentro cui annacquare le ingiustizie e le discriminazioni sistemiche che si preferisce non nominare.
Una sorta di edulcorazione, per cui preferiamo parlare di diversità e intersezionalità, invece che nominare il razzismo, il sessismo, il classismo o l’omolesbobitransfobia, per esempio. Ci nascondiamo dietro queste due forti “parole ombrello” e tiriamo un sospiro di sollievo per aver fatto il nostro dovere.
Il problema è che, così facendo, nascondiamo le relazioni di potere che governano le interazioni tra persone. Oscuriamo il fatto che ogni discriminazione esiste perché nasce dal potere esercitato da un gruppo dominante su altri.
Come dice Patricia Hill Collins — la puoi rivedere in questa conferenza dell’anno scorso all’Università di São Paulo —, la violenza è il volto del potere. Come facciamo a denunciare e smantellare le ingiustizie prodotte dagli squilibri di potere, se non le nominiamo?
Nominare le ingiustizie, ma anche riconoscere di essere a volte parte attiva di certe disuguaglianze, di avere cioè — in certi contesti — il potere dalla parte del manico, è una consapevolezza a cui non possiamo sfuggire. E dobbiamo riconoscerlo.
Per questo ho sempre insistito sull’importanza di parlare di linguaggi inclusivi, al plurale. Perché la prospettiva di genere, da sola, non basta. E perché, anche se l’aggettivo “inclusivo” è stato usato a sproposito in così tanti contesti da risultare ormai logoro, continua ad avere senso ribadirlo. Ci sono ancora molte situazioni in cui è necessario nominarlo, proprio per marcare la sua opposizione a condizioni quotidiane di esclusione sociale che abbiamo finito per normalizzare.
Un gazpacho di oppressioni
Da quando l’approccio intersezionale — chiamato per la prima volta così negli anni '80 dalla giurista e attivista per i diritti civili Kimberlé Crenshaw — è entrato nei syllabus universitari e nelle formazioni ad hoc, sono spuntate molte metafore e illustrazioni per spiegarne il senso.
La più famosa, ideata proprio da Crenshaw2, è quella dell’incidente automobilistico che avviene nel punto in cui si incrociano la strada del sessismo e quella del razzismo. Così funziona la discriminazione nei confronti delle donne nere, diceva Crenshaw: è come un investimento simultaneo a opera di sessismo e razzismo. Ricostruire la dinamica di un incidente a volte può essere complesso, vanificando i tentativi di determinare quale conducente lo abbia causato. In questi casi, dice Crenshaw, è come se si decidesse di non ritenere nessuno responsabile, non chiamare un’ambulanza e permettere alle parti coinvolte di tornare in macchina e ripartire. La persona investita però rimane lì, sola, e dovrà lottare in tribunale perché le venga riconosciuta l’entità del danno.
Con il razzismo e il sessismo si possono intersecare, naturalmente, diverse altre discriminazioni: l’abilismo se la vittima è anche disabile, il classismo se parliamo di uno status socioeconomico vulnerabile, la lesbofobia se parliamo di una donna lesbica, e via dicendo.
Ne avevo parlato a lungo, in un episodio che partiva da una mia esperienza familiare, in questo vecchio episodio di Ojalá:
Da poco ho letto su El Salto un’intervista a Yásnaya Elena A. Gil, linguista, ricercatrice e attivista per i diritti linguistici, messicana e indigena del popolo mixe. Il cuore dell’intervista era dedicato alla stretta relazione tra la lotta per la salvaguardia del territorio e la lotta per i diritti linguistici — nel suo caso, la lingua mixe e il territorio della sua popolazione, nella regione di Oaxaca.
Ma c’è un punto, verso la fine, in cui Gil si esprime sul concetto di intersezionalità applicato ai moderni movimenti antirazzisti. Dice:
Non mi piace molto la parola intersezionale, perché non ci vedo “sezioni” dentro, non c’è modo di separarne i componenti. È come una zuppa. Quando prepariamo un gazpacho sappiamo che dentro ci sono pomodoro, peperone, cipolla: però prova a separarli e a dire “in questo gazpacho c’è questo ingrediente, qui ce n’è un altro”. Non li puoi separare. Così funzionano i sistemi di oppressione: a livello metodologico li separiamo, ma nella vita quotidiana non possiamo farlo. Di che sezioni stiamo parlando? Non ci sono sezioni che si incrociano, è tutto fuso insieme.
Un pezzetto di web da recuperare 🎁
Continuo con la missione di dedicare pezzetti del mio tempo ad angoli di web lenti, che aiutano a lenire la sensazione di urgenza digitale.
The dictionary of obscure sorrows
Questo “dizionario delle tristezze senza nome” è un compendio di parole inventate per descrivere emozioni che non compaiono nei dizionari. Quelle che ci lasciano nell’impossibilità di esprimerle con precisione.
Il sito nasce sotto forma di blog nel 2009 grazie a un’idea di John Koenig. Nel tempo il progetto si è trasformato in una serie web disponibile su YouTube e, nel 2021, in un libro (in italiano pubblicato da Mondadori nel 2023 e tradotto da Donatella Rizzati). Non credo leggerei il libro, mentre il sito è uno di quei pezzi di web in cui posso perdermi:
Ho scoperto questo sito grazie alla newsletter di Jorge Guitián, che nel suo ultimo numero cita un pezzo della giornalista Lisa Abend, Utrecht. Entrambi si concentrano sulla parola (inventata) sonder.
Sonder, la realizzazione che ogni persona che per caso entra nel fondo delle nostre giornate — passanti, compagni di viaggio in aereo o treno, persone che prendono il caffè in un bar affollato — ha una vita complessa quanto la nostra, popolata di persone, amori, preoccupazioni, routine, desideri, dispiaceri e ambizioni. Una nuvola di storie che non saremo mai in grado di intercettare e di cui, a nostra volta, facciamo parte.
L’idea di questo “dizionario” mi piace non tanto per le parole di per sé, ma per il moto di riconoscimento che sento nel leggere la definizione lunga di alcune emozioni.
📚 Lentezza da assaporare
Un episodio di Ojalá come questo non sarebbe possibile senza la possibilità di consultare online testi difficilmente reperibili. Se non lo conosci ancora, l’Internet Archive è il progetto di web aperto più prezioso che (ancora) abbiamo. Va usato e protetto! È una enorme biblioteca digitale non profit, che oltre a contenere miliardi di pagine web e milioni di registrazioni audio, rende consultabili 44 milioni di libri e testi vari, riviste incluse. La citazione di Mari Evans di oggi, per esempio, viene da lì: il libro da cui è tratta non è disponibile per intero, ma se conosci la citazione puoi fare una ricerca dentro il testo e si apriranno le pagine che cerchi.
Cosa c’è sotto la cenere? Si chiede Valentina Aversano nell’ultimo episodio della sua Posta creativa. Se in questo mese di gennaio hai bisogno di vederti e riconoscerti, senza fretta né retorica della produttività, prova a fare l’esercizio di scrittura che propone.
Broken Japanese, un pezzo molto bello di una serie in tre parti sull’appropriazione culturale quando si lavora nel design e nell’industria creativa. Qui si parte dal Giappone e dalla sua idealizzazione eurocentrica. Di Ray Masaki con illustrazioni di Trampoline per It’s Nice That.
Nelle sue Note su Substack, Priscilla De Pace consiglia periodicamente siti web belli per evitare di perderci nella merdificazione del web. Una riflessione che trovi espansa in questo suo bel pezzo dello scorso dicembre: Per non enshittificarsi.
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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice
Sirma Bilge, (2013). INTERSECTIONALITY UNDONE, Du Bois Review: Social Science Research on Race, 10(2), 405–424.
Kimberlé W. Crenshaw, (1989). Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, University of Chicago Legal Forum 1989, no. 1 (1989): 139-67




Sono andata a guardarmi la presentazione di Tatiana Mac e ho appena concluso il mio primo implicit association test. Interessante! Sono anche caduta nel rabbit hole di Sojourner Truth ma questo magari te lo racconto un'altra volta 😅 Grazie, Alice!
Grazie Alice, aspetto sempre la tua newsletter il lunedì e ogni volta mi lascia tanti pensieri di cui avevo bisogno! La metafora del Gazpacho è davvero potente!