Ciao!
L’ultimo episodio di Ojalá si chiedeva un fortissimo e quindi?, risposta per tutte le volte che qualcuno contesta l’acquisizione di un diritto fondamentale. Due settimane fa invece ho parlato di discorsi d’odio, negazionismo, allerte climatiche e doppi standard conditi di antimeridionalismo.
In questo episodio:
Un ricordo di diciassette anni fa: io che faccio lezione di italiano a un gruppo di persone migranti senza avere nessuna consapevolezza di comunicazione cross-culturale (né di insegnamento dell’italiano, ahimè).
Mi è tornato tutto in mente leggendo La mappa delle culture di Erin Meyer: un saggio divulgativo di riferimento sulla comunicazione cross-culturale ma con un pacchetto di bias da tenere in considerazione.
Tra le cose che il libro mi sta aiutando a mettere meglio a fuoco: quanto la dicotomia tra “culture a basso contesto” e “culture ad alto contesto” possa farsi labile in contesti policulturali. E infatti vengo da una cultura comunicativa ad alto contesto in cui, a volte, non mi riconosco più tanto.
Un pezzetto di web da recuperare: The Period Uniform, cortometraggio e sito web su un’iniziativa colombiana di lotta alla povertà mestruale.
Ahhhh l’halftime show di Bad Bunny andato in onda ieri! So che l’hai già visto ripubblicato in ogni dove, ma volevo tenere un segnalibro che parte dal minuto 12 del video (se non hai tempo di guardarlo tutto e di ballare insieme a me 💛).
Tre consigli di letture che aprono mondi.

Quando ancora vivevo a Milano e iniziavo a sentire che quella vita di ufficio e straordinari sotto luci al neon mi stava facendo (molto) più male che bene, decisi che dovevo trovare pienezza e nutrimento altrove.
La scoperta dell’acqua calda, dirai. Sì: ero ancora pregna di una retorica lavorista che proprio in quegli anni ho iniziato a decostruire, piano e a caro prezzo, burnout incluso.
Tra le attività in cui mi impegnai fuori dall’orario di ufficio, c’era il volontariato in un’associazione di accoglienza per persone migranti. Una sera alla settimana andavo nella loro umidissima sede sul Naviglio Pavese, in una saletta poco lontana da casa (era il 2009, un’era geologica fa in quanto a prezzi degli affitti), e provavo a insegnare italiano a persone che non ne conoscevano una parola.
Il gruppo era quanto di più eterogeneo si possa immaginare, oltre a essere ondivago nella frequenza e nell’impegno. C’era chi veniva una volta sola e non tornava più, chi passava per mezz’ora e poi doveva andare a lavoro, chi non mancava nemmeno un appuntamento. Alcune persone non avevano mai seguito un percorso di studi formale, molte erano plurilingue, qualcuna aveva pure un MBA. Ricordo un signore del Bangladesh che vendeva rose tra i locali del Naviglio, un ragazzo bulgaro che lavorava per una multinazionale e in ufficio comunicava solo in inglese, un adolescente filippino che frequentava già le superiori ma con difficoltà di socializzazione, una signora marocchina che parlava poco e, così come arrivava, andava via — nel silenzio.
Un giorno arrivò anche M. Aveva quattordici anni e si affacciò alla saletta insieme a sua madre, una donna dello Sri Lanka che da qualche anno lavorava come assistente domestica in una casa della zona. M. l’aveva raggiunta da circa un anno e ancora non frequentava la scuola perché non parlava italiano. Sua madre, invece, si esprimeva in modo chiaro e semplice, alternando l’italiano a qualche frase in inglese singalese: mi spiegò che M. aveva sì bisogno di imparare la lingua, ma anche e soprattutto di uscire di casa, conoscere il quartiere, vedere altre persone oltre a sua mamma e alla signora per cui lavorava. Lei, aggiunse dolcemente, non aveva molto tempo per portarla in giro. Presentai M. al resto delle persone in aula quel giorno e, come ogni settimana, cercai di fare del mio meglio per tenere insieme una classe così diversa.
Ero un disastro, didatticamente parlando. Mi arrangiavo con il materiale che cercavo in autonomia prima delle lezioni, nei ritagli di tempo della routine settimanale casa-ufficio che mi soffocava. Non avevo nessuna conoscenza di comunicazione cross-culturale e posso dire di aver agito con una leggerezza che forse oggi, con diciassette anni e molta esperienza in più, non avrei.
Mi ci vollero un paio di incontri, per esempio, per capire che quando M. ondeggiava delicatamente la testa a destra e a sinistra voleva dire “sì, ho capito”. Io, invece, lo interpretavo come un no e ripetevo le mie spiegazioni altre due, tre volte, con parole diverse.
In quell’affanno didattico che mi faceva sudare le camicie e arrangiare in mix linguistici improvvisati, una cosa mi era chiara: la maggior parte delle persone veniva in associazione perché le porte erano sempre aperte e chiunque trovava una sedia e un’ora e mezza di chiacchiere, la possibilità di parlare un pochino di sé.
La mappa delle culture
Questo episodio mi è tornato in mente perché sto rileggendo The culture map di Erin Meyer, uno dei saggi di riferimento sulla comunicazione cross-culturale in ambito professionale. In italiano lo trovi come La mappa delle culture (ROI edizioni, 2021), tradotto da Micaela Uzzielli.
È un libro che promette di spiegare “come le persone pensano, lavorano e comunicano nei vari Paesi”, ma lo fa da una posizione inequivocabilmente parziale: è infatti incentrato sul mondo aziendale. Tutti i casi studio sono sempre basati su persone con carichi di un certo rilievo — tipo gente in trasferta che deve imparare a capire i codici linguistici e comportamentali di colleghe e colleghi di una cultura diversa, o capi che si trovano a capeggiare gruppi di lavoro culturalmente eterogenei.
È anche un testo raccontato con gli occhi di una persona statunitense: Meyer è un’esperta di comunicazione cross-culturale ed emigrata da anni in Francia, ma sembra non riesca a togliersi certa statunitensità dagli occhi.
Detto questo, è una lettura interessante per familiarizzare con alcuni modelli di comunicazione cross-culturale. Mi sta anche chiarendo un fatto verso cui, in tutta sincerità, provo sentimenti contrastanti: da persona che lavora da anni in gruppi internazionali e in ambito tech, ho introiettato una grande quantità di modelli comunicativi statunitensi.
Ad alto contesto
Secondo i modelli presentati da Meyer, come persona cresciuta nella “cultura italiana”1 io ricadrei nel modello di comunicazione delle culture ad alto contesto (definizione coniata dall’antropologo ed esperto di prossemica Edward T. Hall): una comunicazione che ammette i messaggi indiretti, cerca di preservare l’armonia, di evitare i rifiuti e salvaguardare “la bella figura”. Vengo da una cultura che dà grande importanza alla comunicazione non verbale, perché si affida anche alla gestualità e alla mimica facciale per veicolare i messaggi.
Nella scala della comunicazione che trovo nel libro, l’Italia si posiziona a centro-destra, più o meno vicina a Spagna, Messico, Francia, Perù, Argentina: è una postura ad alto contesto rispetto ai Paesi a sinistra della scala — Danimarca, UK, Germania, Olanda — e al Paese a più basso contesto di tutti: gli Stati Uniti.

Per chiarire meglio la distinzione tra le due posture, traduco la didascalia del grafico:
Basso contesto: È considerata buona comunicazione quella che usa espressioni precise, semplici e chiare. I messaggi sono espressi e interpretati in modo esplicito. La ripetizione è apprezzata, se aiuta a chiarire il messaggio.
Alto contesto: È considerata buona comunicazione quella che usa espressioni sofisticate, ricche di sfumature e con diversi livelli di interpretazione. I messaggi contengono espressioni implicite e sottintesi, e si possono leggere tra le righe.
Eppure, nonostante questo imprinting originario, realizzo che con gli anni mi sono spostata non poco verso la sinistra della scala dei contesti. Noto la differenza quando parlo con la mia famiglia di origine. Lo sento nelle parole che scelgo per esprimere entusiasmo, nel modo in cui uso certi strumenti di comunicazione da remoto, nei pattern che seguo quando parlo in pubblico o disegno le slide per una presentazione.
Credo di essermi implicitamente adeguata a quella che Meyer chiama la strategia più efficace per lavorare in contesti multiculturali: abbracciare di default i processi a basso contesto comunicativo.
C’entra l’esperienza lavorativa, sì, ma anche il fatto di avere una rete affettiva culturalmente variegata e di vivere in Spagna — considerata, anche se di poco, a più basso contesto dell’Italia — e in Catalogna, dove per mia esperienza empirica il contesto si abbassa ancora di più. Mi chiedo poi quanto conti l’esposizione a codici culturali che arrivano da oltreoceano via social o, per parlare di attualissima attualità, dai linguaggi dei large language model?
Non ho risposte. Affronto queste domande con la curiosità di chi vive le incoerenze sulla propria pelle (e lingua). Sono però mescolanze che per me accrescono il bisogno di parlare di approcci policulturali, dove le definizioni di multiculturalità e interculturalità — intese rispettivamente come coabitazione e dialogo tra culture in uno stesso ambiente — non bastano più.
Se il tema ti interessa, avevo introdotto il discorso qualche mese fa:
#115 Ode all'ibrido policulturale
Perché non ne posso più di sentirmi chiedere se, in quanto italiana, evito di bere il cappuccino dopo mezzogiorno. Le culture che come talee migrano e convivono, generando nuovi meravigliosi ibridi.

Un pezzetto di web da recuperare 🎁
Continuo con la missione di dedicare pezzetti del mio tempo ad angoli di web lenti, che aiutano a lenire la sensazione di urgenza digitale.
The Period Uniform
The Period Uniform (“l’uniforme mestruale”) è un progetto colombiano per combattere la povertà mestruale, cioè l’impossibilità economica di accedere a prodotti igienici, acqua pulita e servizi igienici adeguati: un fenomeno che in America Latina interessa una bambina su quattro.
Si tratta di un’uniforme scolastica — obbligatoria nelle scuole colombiane — che include anche le mutande mestruali. In questo modo, tutte le bambine e ragazze con le mestruazioni possono accedere equamente a un prodotto mestruale di qualità, che le toglie dall’impaccio e dalla difficoltà di portarsi gli assorbenti da casa.
Secondo una ricerca di UNICEF Colombia del 2022, quasi il 12% delle persone che mestruano — bambine, adolescenti e adulte — hanno difficoltà ad accedere ai prodotti mestruali. In ambito scolastico, questo dato, insieme al disagio di passare molte ore in aula nei giorni delle mestruazioni, si traduce in un assenteismo dalle lezioni per più della metà delle studenti intervistate.
L’idea dell’uniforme mestruale viene dalla collaborazione tra due realtà colombiane: Poderosas, fondazione che promuove l’educazione sessuale integrale ad adolescenti e giovani tra i 14 e i 19 anni in comunità vulnerabili, e Somos Martina, azienda B Corp che produce biancheria intima assorbente ed ecosostenibile.
Il cortometraggio che contestualizza la campagna è opera della regista Claudia Barral e racconta la storia di Gabi:
La campagna include un sito web multilingue davvero carino (anche se temo molto poco accessibile), pieno di dati, risorse e belle fotografie di Violeta Zambrano, a cui hanno collaborato diverse esperte di comunicazione e salute mestruale.
Di quanto le mestruazioni possano essere una questione pubblica, avevamo parlato nel numero 90 di Ojalá:

📖 Da un anno a questa parte, conservo e condivido le risorse più importanti che compaiono su Ojalá nella mia biblioteca digitale: un mini sito web che contiene tutte le guide di scrittura, campagne virtuose, consigli di lettura e di visione che arricchiscono questa newsletter di settimana in settimana.
Puoi consultarla senza limiti e sostenerla anche tu con un abbonamento annuale a Ojalá: costa 40 euro per 12 mesi.

Il bello di questo lunedì mattina
Di questi tempi è raro svegliarsi la mattina e trovare notizie che fanno ballare e sussultare di gioia. Stamattina mi è successo guardando l’halftime show di Bad Bunny — Benito Antonio Martínez Ocasio — durante il Superbowl.
So che l’avrai sicuramente già visto in mille spezzoni social, ma lo voglio immortalare qui su Ojalá.
Il video completo si trova su YouTube nel canale della NFL e dura 13 maravillosos minutos. Se hai fretta, passa subito al minuto 12, quello in cui scendono in campo tutte le bandiere dei Paesi del continente americano e Bad Bunny urla:
God bless America! Cioè Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, Ecuador, Brasile, Colombia, Venezuela, Guyana, Panamà, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, El Salvador, Guatemala, Messico, Cuba, Repubblica Dominicana, Giamaica, Haiti, le Antille, Stati Uniti, Canada. E la mia madrepatria, Porto Rico. ¡Seguimos aquí!
(Sì, li elenca quasi tutti, ma non tutti tutti: mancano per esempio Suriname, Belize, Trinidad y Tobago… le bandiere c’erano, però!)
Evviva gli squarci musicali, evviva i messaggi di artisti come BB che — seppure parte del sistema, e chi se lo dimentica! — usano la lingua e il corpo per ricordare quanto è importante cambiare le parole. Lo dicevamo a metà gennaio anche qui su Ojalá, no? 🥳
#123 Non è l'America
Tre cose: un numero che non la manda a dire, un film di Herzog che è perfetta metafora dei giorni nostri, una richiesta linguistica.

📚 Letture che aprono mondi
Hyggeracisme è stata la parola della settimana nel numero 88 della newsletter Sette giorni in Danimarca: «deriva da hygge (intimità, comfort, atmosfera conviviale) e racisme (razzismo). Non rimanda a insulti, discriminazioni esplicite o ostilità aperta, ma è usato per indicare una forma di razzismo soft, informale e spesso inconsapevole, che si manifesta nei contesti quotidiani. Indica meccanismi di esclusione gentili: battute, silenzi, norme non dette, aspettative implicite su ‘come ci si comporta davvero’ in Danimarca, atteggiamenti quotidiani che possono far sentire escluso o giudicato chi è percepito come diverso.»
Come parlare di cancro, una risorsa in inglese scoperta grazie alla condivisione dell’amica linda Paola Chiara Masuzzo.
Un giorno, tre autunni è il primo racconto, scritto da Nora Pontrelli, di una newsletter (+ podcast) appena arrivata su Substack: Storie dal margine. Una collezione di storie che escono ogni 3 del mese e che hanno per protagoniste persone queer, neurodivergenti, disabili, razzializzate, con malattie croniche… «Persone che vengono spinte ai margini, ma che in fondo nel margine hanno trovato il loro spazio e la loro comunità», come scrive Elena Panciera, ideatrice del progetto, che ha messo su una squadra variegata di penne e vissuti. Evviva 💜

Per oggi chiudo qui. Vuoi dirmi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
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Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice
Come è comprensibile, ogni sfumatura regionale viene ignorata nel libro. Io, che prima di essere italiana mi considero sarda, sento che scrivere “cultura italiana” significa appiattire una buona parte di quello che sono.







La notizia della mutande mestruali come parte dell'uniforme scolastica mi ha fatto commuovere! <3
[qui è dove ho riletto tutti i commenti e volevo dire che sono piuttosto compiaciuta delle ramificazioni di discussione della nostra allegra combriccola, tra neurodivergenze e culture altre da quella occidentale. Che bello! Così sì che li leggo, i commenti. 💙 ]