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Avatar di Enrica Nicoli Aldini

Grazie 🙏🏻 io che ci vivo ho un’allergia immensa alla sineddoche America per Stati Uniti. Come dice la mia cara amica brasiliana: “America is from Argentina to Alaska!”

Da notare anche come in inglese manchi un demonimo per “Stati Uniti”, che invece abbiamo in italiano, spagnolo, portoghese e anche francese, benché quest’ultimo sia raro (états-unien/ne). Ricordo una coinquilina, tra l’altro super progressista, dirmi che è impossibile evitare l’uso “American” se l’equivalente di “estadounidense” non esiste, e quindi c’è poco da fare — senza rendersi conto che se il demonimo non esiste è proprio perché la lingua inglese non ha sentito il bisogno di strappare l’appannaggio di American ai soli statunitensi.

Avatar di Irene Amoroso

Grazie per questa riflessione così interessante 👏😊

Vorrei collegarmi al tuo punto sulla lingua, per aggiungerne un altro, sempre linguistico.

Tempo fa una persona italo-argentina, nata e cresciuta in Argentina, mi chiese perché stessi usando la parola “conquistadores” nella conversazione che stavamo avendo in italiano. Non seppi rispondere. In effetti, per riferirmi ad altre conquiste in altre coordinate di tempo e di spazio, mi verrebbe spontaneo usare colonizzatori, o invasori, o simili.

In un’altra occasione, mi chiese perché dicessi “desaparecidos” – e non “spariti” – per riferirmi alle persone fatte sparire per volontà dei capi della dittatura argentina degli anni ’70 – ’80. Mi spiegò il suo punto di vista: secondo lui, usare il termine in spagnolo in un discorso in italiano rischia di etichettare quel fenomeno come proprio del Paese sudamericano. E di rimuovere due aspetti: 1) che, nella storia mondiale, questa strategia brutale è appartenuta anche ad altri contesti; 2) che in quel caso specifico, l’apparato militare argentino fu addestrato da militari di altri Paesi, sotto l’egida degli Stati Uniti – e più precisamente la tecnica delle sparizioni forzate fu appresa dai veterani francesi che l’avevano applicata nelle occupazioni coloniali, tra cui in Algeria.

L’argomento mi colpisce. Perché mi spinge a spostare il punto di vista e a mettere in discussione una scelta linguistica a cui potrebbe essere sottesa un’idea di superiorità morale, dell’Europa e degli Stati Uniti, rispetto a un Sudamerica in cui, peraltro, i primi hanno contribuito a fare disastri come quello di cui stiamo parlando.

D’altro canto, riconosco che, in alcuni casi, la pratica di usare un termine in lingua originale sia un modo pregnante per trasmettere il contesto specifico (storico, sociale, culturale, etc.) legato a quel termine, in maniera più precisa e diretta.

Al momento, non credo che dobbiamo fare a meno di queste parole. Ma che dobbiamo rifletterci e usarle con consapevolezza.

Un altro livello della questione, speculare al primo, riguarda quelle parole che sono entrate nella lingua franca internazionale e che si usano per riferirsi a contesti che non c’entrano con il Sudamerica. Penso a “juntas” e a “golpe”, usate nei media contemporanei per riferirsi ai governi militari e ai colpi di stato in Africa.

E tu che cosa ne pensi / voi che cosa ne pensate? Sarà un piacere leggervi 😊

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