#123 Non è l'America
Tre cose: un numero che non la manda a dire, un film di Herzog che è perfetta metafora dei giorni nostri, una richiesta linguistica.
Ciao! Faccio un po’ fatica ad augurare buon anno come formula di rito, soprattutto in questo periodo. Quindi, semplicemente: spero con tutto il cuore che il tuo 2026 sia pieno di belle letture, parole nutrienti e intima serenità.
Nell’ultimo episodio del 2025 ho scritto dei no ricevuti e dei miei progetti personali, lenti e silenziosi, che hanno puntellato l’anno appena terminato. La settimana prima, invece, Ojalá era dedicata a Baya Mahieddine, nata Fátima Haddad: pittrice algerina che non la mandò a dire a grandi della pittura come Matisse e Picasso.
In questo episodio:
Mi sono ricordata di un film visto due anni fa: “Aguirre, furore di Dio”, diretto da Werner Herzog.
La metafora della conquista che il film inscena mi aveva punta sul vivo. Oggi trovo che sia un filo perfetto da tendere mentre guardiamo in diretta streaming la versione moderna dell’invasione imperialista.
Poi avrei una richiesta: smettiamo di usare la parola America come sinonimo di Stati Uniti. Ogni volta è un colpo allo stomaco, una superficialità che è ora di scrollarci dalla lingua.
Per chiudere con toni più calmi: un pezzetto poetico di web da recuperare e altri consigli di lettura lenta.
In una casalinga serata di agosto di due anni fa, sulla nostra piattaforma streaming preferita compare “Aguirre, furore di Dio”, film del 1972 scritto e diretto da Werner Herzog.
- Lo guardiamo?
- Va bene, accetto svogliatamente, guardiamolo. Non è il mio genere, ma ci provo.
La metafora della conquista
La trama è ispirata a fatti storici e alle memorie del missionario spagnolo Gaspar de Carvajal, che Herzog rielabora in una narrazione dissacrante.
Dicembre del 1560: la spedizione spagnola di conquistadores guidata da Gonzalo Pizarro si apre con fatica, fame e punture d’insetto, la strada nella foresta amazzonica peruviana. Sta cercando la leggendaria città di El Dorado.
L’ultimo giorno dell’anno il gruppo si ritrova bloccato nella giungla, senza più cibo. Pizarro dà un incarico ai suoi migliori uomini: dovranno scendere lungo il Rio delle Amazzoni con delle zattere, trovare viveri e magari individuare anche la posizione di El Dorado. Se non torneranno entro una settimana, la spedizione sarà data per dispersa.
Seguiamo allora la precaria discesa lungo il Rio di questa truppa disordinata: è guidata dal nobile Don Pedro de Ursúa e ne fanno parte, tra gli altri, il basco Lope de Aguirre, il frate Gaspar de Carvajal, Inez, moglie di Ursúa, e Flores, figlia di Aguirre.
Tra incapacità di gestire la forza della natura amazzonica, litigi tra machos, incontri con popolazioni indigene, cannibali e altre avversità, Herzog ci mette davanti alla ridicola spavalderia di quella spedizione di conquista, un’operazione assurda che pecca di superbia e improvvisazione.
«Convertire questi selvaggi è davvero un compito arduo», scrive il frate Gaspar de Carvajal nel suo diario di viaggio.
Il vero protagonista del film è il basco conquistador Lope de Aguirre, interpretato da Klaus Kinski. Aguirre si ribella alla volontà di Ursùa, il quale vorrebbe tornare sconfitto alla base: convince così il resto della spedizione ad ammutinare e a seguirlo.
Vediamo Aguirre con lo sguardo al cielo e il petto tronfio, circondato da uomini sfatti dalle privazioni, mentre nomina il riluttante Don Fernando de Guzmán nuovo imperatore di El Dorado (che non hanno mica trovato) e si auto elegge comandante.
Da quel momento trascina i suoi in una spedizione ancora più rovinosa dell’iniziale, una discesa verso inferi verdi di giungla. Si possono dimenticare gli occhi stralunati di Aguirre/Klaus Kinski che si inabissano nel devasto e nell’alienazione?
Il film si chiude con un Aguirre rimasto solo su una zattera invasa dalle scimmie, il resto della compagnia morta ammazzata o di stenti. In quella solitudine disperata Aguirre pronuncia il suo ultimo delirante discorso:
Quando avremo raggiunto il mare, costruiremo una nave più grande e dirigeremo la prua a settentrione e strapperemo Trinidad alla corona di Spagna.
Poi raggiungeremo anche il Messico e lo strapperemo a Cortés. Sarà un altro grande tradimento, tutta la Spagna cadrà in mano nostra, pezzo a pezzo costruiremo la storia come altri allestiscono uno spettacolo.
Un uomo che si definisce “furore di dio” e da dio si sente accompagnato, salta tra i tronchi di una zattera semi sommersa dalle acque del Rio. Lo guardo, mi viene da ridere, poi mi innervosisco. Penso che Herzog voglia metterci di fronte al delirio di onnipotenza maschile incarnato nell’idea di conquista, per spogliarla di ogni senso.
Due anni fa, dopo aver visto il film, avevo scritto un incipit per parlarne su Ojalá. Poi ho desistito, presa da altro. Mi è tornato tutto in mente la scorsa settimana: trovo sia un filo perfetto da tendere mentre guardiamo in diretta streaming la versione moderna della conquista imperialista occidentocentrica. Solo che, in questa versione, l’autoproclamato imperatore non è solo, anzi: riceve supporto da una parte e sdegno dall’altra, ma non a sufficienza per essere fermato.
D’altronde — per quanto sia più immediato (e comodo) tenere i riflettori puntati sulle azioni del dispotico imperatore statunitense — ciò che vediamo accadere in Venezuela e in America Latina è solo la coda visibile di un sistema che opera così da decenni, e che ha trovato continuità sotto ogni presidenza USA. La connivenza diplomatica del resto dell’osannato “occidente democratico” ha fatto la sua parte. (Eduardo Galeano docet.)
Se capisci lo spagnolo, l’ultima puntata del video podcast Saldremos Mejores, condotto da Inés Hernand e Nerea Pérez de las Heras, è davvero un ottimo ascolto per approfondire l’origine dell’invasione USA in Venezuela e le sue ramificazioni nel resto della regione latinoamericana (e molto oltre). Intervengono Celina Cárquez, giornalista venezuelana, Yago Álvarez, economista e giornalista de El Salto, e Juan Diego Quesada, corrispondente di El País nella regione andina:
È davvero il momento di cambiare parole
So che ho scritto altre volte su questo tema, ma che vuoi farci: sono giorni difficili, sono molto arrabbiata e non ho timore di ripetermi.
Anzi, credo sia un momento tristemente opportuno per ricordare quanto le parole che usiamo — in particolare i toponimi — cristallizzino certe visioni del mondo e le relazioni di potere tra popoli.
E allora:
Smettiamo di usare America come sinonimo di Stati Uniti
Ti risparmio le parole poco piacevoli che mi vengono in mente per spiegare quanto trovo disturbante l’uso della sineddoche “America” per parlare dei soli Stati Uniti. Ancora di più in questo sordido momento storico: ogni volta è un colpo allo stomaco.
America, un sostantivo geografico che per indicare un pezzo di continente si mangia tutto il resto, minorizzandolo. L’America Latina, che unisce territori grandi più del doppio degli Stati Uniti, spesso viene nominata per negazione o compensazione. A volte viene direttamente smontata e riaggiustata con sguardo eurocentrico, come quella volta — appena un anno fa — che un grande quotidiano italiano scrisse che il Messico è un Paese sudamericano:
Anni fa, quando ancora lavoravo in azienda e partecipavo agli incontri di team in ville mediterranee che ci riunivano da ogni angolo del mondo, feci una domanda a tre colleghe statunitensi (una veniva dal Texas, una dalla California e la terza dall’Illinois):
Se una persona brasiliana o peruviana dicesse che viene dall’America vi suonerebbe strano?
Ammisero che sì, in inglese suonerebbe strano.
Anche in italiano, avevo confermato.
Geograficamente non sarebbe un errore, pur restando un’espressione approssimativa: eppure, noti come la parola “America”, in un caso del genere, sembri corretta solo se detta da chi viene da una parte ben precisa del continente?
In spagnolo, gli Stati Uniti sono semplicemente Estados Unidos.
América è la parola che abbraccia tutto il continente, da nord a sud. Quando si vuole indicare una zona precisa, si aggiungono gli aggettivi: América Latina, América del Norte o Norteamérica, América del Sur.
Oppure, con un focus più linguistico, Iberoamérica o Hispanoamérica.
Questo brevissimo articolo della Real Academia Española spiega la differenza d’uso tra Hispanoamérica, Iberoamérica e Latinoamérica.
È una questione di abitudine; ma basta poco, davvero. E per questo mi chiedo: perché in italiano non possiamo adottare un approccio simile, una volta capito che non è solo una questione di termini, ma di riequilibrare lo sguardo?
Stati Uniti, non America.
Persone statunitensi, non persone americane.
Governo statunitense, non governo americano.
Per favore. Ce la possiamo fare, dai.

Un pezzetto di web da recuperare 🎁
Nell’ultimo numero di Ojalá scrivevo che sono sempre più sensibile al rumore e recalcitrante a vivere in affanno, anche sul web. L’altra volta ho inserito una breve lista con gli strumenti e i siti web che mi aiutano a lenire la sensazione di urgenza digitale. Vediamo se riesco a portare avanti questa rubrica, un pezzetto di web alla volta.
Lyrik Line
Lyrik Line — Listen to the poet è un sito web plurilingue dove leggere poesie contemporanee e ascoltarle direttamente dalla voce di chi le ha scritte. Tutte le poesie sono disponibili in lingua originale e poi tradotte in decine di altre lingue.
Si tratta di un progetto della Haus für Poesie e supportato da molti partner internazionali: l’obiettivo è rendere la poesia accessibile e comprensibile a chiunque, oltre i confini nazionali e le barriere linguistiche.
Per questo consiglio ringrazio Domenico, che mi legge sempre con affetto e mi manda ispirazioni meravigliose. 💜
📚 Lentezza da assaporare
La storia e il futuro della forma fischiata della lingua chinanteca a San Pedro Sochiapam, in Messico. Un reportage con foto e video di Magdalena Rojo e Noel Rojo per Unbias the News.
Una delle mie newsletter preferite, perfetta per le letture lunghe e lente, è quella di NightReview. La loro selezione delle migliori storie del giornalismo del 2025 contiene pezzi davvero magnifici. Molto centrata sulle testate anglofone, sì, ma comunque grandiosa.
Se vuoi praticare la scrittura creativa senza stress performativo, ogni primo mercoledì del mese Europeana organizza una stanza di scrittura virtuale. Beth Daley, consulente editoriale di Europeana, guida le persone partecipanti con prompt di scrittura ispirati alle opere degli archivi della biblioteca digitale europea. È gratuito e dura un’ora.
Un appuntamento online per sabato 17 gennaio: Conferenza Grassa, la prima conferenza in Italia dedicata alla grassezza: indisciplinata, rivoluzionaria, piena di voci e saperi grassi.
Tutto quello che canta Xiuhtezcatl risuona fortissimo. Ti saluto con ¡Basta ya!, nuovo inno di protesta in coppia con Cain Culto:
Se robarron la plata
Nos quitaron la tierra
Nos dejaron rezando
A santos, dinero y banderas
That AmeriKKKan dream is not what it seems
Flag rippin' at the seams
Dead presidents and kings
Afraid of us taking our freedom
Gas masks for the detox
Land back to our people
How they calling us illegal on a land that they stole
Minga la migra y to sus fronteras
Como criminalizan la pobresa
Hasta sin papeles somos de la tierra
⏸️ Se apprezzi il mio lavoro e leggi con interesse Ojalá, hai mai pensato di sostenerla economicamente? Con 40 euro sostieni questo progetto per dodici mesi: in cambio hai accesso alla mia biblioteca digitale con le risorse che alimentano Ojalá.
Per oggi chiudo qui. Vuoi dirmi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
Rispondi a questa email o scrivimi su ojala [at] aliceorru.me 📧
Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
Se ormai conosci Ojalá e apprezzi il mio lavoro, dai un’occhiata al piano a pagamento: con 40 euro sostieni questo progetto per un anno intero e hai accesso a tutte le risorse originali, passate e presenti, che condivido.
Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice





Grazie 🙏🏻 io che ci vivo ho un’allergia immensa alla sineddoche America per Stati Uniti. Come dice la mia cara amica brasiliana: “America is from Argentina to Alaska!”
Da notare anche come in inglese manchi un demonimo per “Stati Uniti”, che invece abbiamo in italiano, spagnolo, portoghese e anche francese, benché quest’ultimo sia raro (états-unien/ne). Ricordo una coinquilina, tra l’altro super progressista, dirmi che è impossibile evitare l’uso “American” se l’equivalente di “estadounidense” non esiste, e quindi c’è poco da fare — senza rendersi conto che se il demonimo non esiste è proprio perché la lingua inglese non ha sentito il bisogno di strappare l’appannaggio di American ai soli statunitensi.
Grazie per questa riflessione così interessante 👏😊
Vorrei collegarmi al tuo punto sulla lingua, per aggiungerne un altro, sempre linguistico.
Tempo fa una persona italo-argentina, nata e cresciuta in Argentina, mi chiese perché stessi usando la parola “conquistadores” nella conversazione che stavamo avendo in italiano. Non seppi rispondere. In effetti, per riferirmi ad altre conquiste in altre coordinate di tempo e di spazio, mi verrebbe spontaneo usare colonizzatori, o invasori, o simili.
In un’altra occasione, mi chiese perché dicessi “desaparecidos” – e non “spariti” – per riferirmi alle persone fatte sparire per volontà dei capi della dittatura argentina degli anni ’70 – ’80. Mi spiegò il suo punto di vista: secondo lui, usare il termine in spagnolo in un discorso in italiano rischia di etichettare quel fenomeno come proprio del Paese sudamericano. E di rimuovere due aspetti: 1) che, nella storia mondiale, questa strategia brutale è appartenuta anche ad altri contesti; 2) che in quel caso specifico, l’apparato militare argentino fu addestrato da militari di altri Paesi, sotto l’egida degli Stati Uniti – e più precisamente la tecnica delle sparizioni forzate fu appresa dai veterani francesi che l’avevano applicata nelle occupazioni coloniali, tra cui in Algeria.
L’argomento mi colpisce. Perché mi spinge a spostare il punto di vista e a mettere in discussione una scelta linguistica a cui potrebbe essere sottesa un’idea di superiorità morale, dell’Europa e degli Stati Uniti, rispetto a un Sudamerica in cui, peraltro, i primi hanno contribuito a fare disastri come quello di cui stiamo parlando.
D’altro canto, riconosco che, in alcuni casi, la pratica di usare un termine in lingua originale sia un modo pregnante per trasmettere il contesto specifico (storico, sociale, culturale, etc.) legato a quel termine, in maniera più precisa e diretta.
Al momento, non credo che dobbiamo fare a meno di queste parole. Ma che dobbiamo rifletterci e usarle con consapevolezza.
Un altro livello della questione, speculare al primo, riguarda quelle parole che sono entrate nella lingua franca internazionale e che si usano per riferirsi a contesti che non c’entrano con il Sudamerica. Penso a “juntas” e a “golpe”, usate nei media contemporanei per riferirsi ai governi militari e ai colpi di stato in Africa.
E tu che cosa ne pensi / voi che cosa ne pensate? Sarà un piacere leggervi 😊