#133 Sbentiare
Far prendere aria ai pensieri e praticare la speranza senza forzare l'ottimismo.
Ciao!
La settimana scorsa Ojalá si chiedeva quanto e come “bisogna esserci”, in certi spazi digitali. Due settimane fa, si arrabbiava parecchio e non aveva paura di dirlo.
In questo episodio:
La settimana scorsa ho mandato Ojalá e poi sono scesa a Barcellona a sbentiare.
Ho ridato aria ai pensieri seguendo una conferenza di Lea Ypi, filosofa e scrittrice.
Il concetto che ho voluto fermare sul mio quaderno: la responsabilità di farci portatrici di speranza senza forzare l’ottimismo.
Dove stai dirigendo la tua speranza? Come la manifesti?
Io, tra le cose che mi danno speranza, metto anche l’osservazione degli uccelli nei cieli attorno a me: al birdwatching amatoriale è dedicato il pezzetto di web lento che ti consiglio oggi.
Altre letture e visioni che ti consiglio.
Promemoria breve, prima di iniziare:
La settimana scorsa ho inviato l’email con l’invito per partecipare al primo incontro online di Ojalá: lo facciamo questo mercoledì, 25 marzo, alle ore 20:00 su Zoom. Ti piacerebbe partecipare ma non hai ancora l’abbonamento?
Detto questo, partiamo. 🍉
Martedì sera, qualche ora dopo aver mandato l’ultimo numero di Ojalá — un numero con una buona dose di malumore — sono scesa a Barcellona ad ascoltare una conferenza di Lea Ypi. Non ne avevo voglia, sulle prime. L’umore che impregnava le parole inviate la settimana scorsa era ancora lì ma la mia testa aveva bisogno di sbentiare.
💡 In sardo campidanese — la lingua che si parla in Campidano, zona della Sardegna in cui sono nata — il verbo sbentiài si usa molto e io lo amo. Viene da bentu, “vento”. Si sbentia una stanza quando si aprono le finestre per cambiare aria, ma soprattutto si sbentia la testa facendo prendere vento ai pensieri e agli umori, quando hanno bisogno di nuovo ossigeno.
Ne aveva scritto qualche tempo fa Federica Tummillo in un bell’episodio de Il dizionario di Mamma Babel

E quindi, avevo bisogno di sbentiare e sono andata a sentire Lea Ypi — filosofa e scrittrice policulturale — che parlava del concetto ampio di cittadinanza e di come collocarlo in quest’epoca di crisi della democrazia, in una società che ha progressivamente tralasciato il discorso di classe per affidarsi agli ideali del capitalismo e del nazionalismo.
Ora potresti pensare: non mi sembra il tema ideale per far prendere aria a pensieri affaticati. Avrei potuto darti ragione prima di ascoltare le parole di Ypi, che si è fatta conoscere nel 2021 grazie a Libera: Diventare grandi alla fine della storia (tradotto da Elena Cantoni per Feltrinelli), memoir sulla sua infanzia in Albania durante il regime comunista.
La responsabilità di avere speranza senza ottimismo
Oggi il futuro sembra riservarci solo un misto di terrore e paranoia, ha detto Ypi, ponendo le basi sull’ovvio o, piuttosto, sull’osservazione mainstream del mondo.
Come facciamo a trovare speranza in un panorama dove si intrecciano imperialismo bellico, sorveglianza digitale e abbattimento di diritti democratici che davamo per scontati?
La risposta che Ypi ha dato, che si è data, me la sono appuntata sul quaderno fucsia che porto in giro per queste occasioni:
Piuttosto che fare speculazioni su quello che accadrà, preferisco parlare di speranza seguendo la definizione che ne dava Václav Havel1: speranza senza ottimismo. Perché speranza e ottimismo sono due cose diverse. Ottimismo significa affidarsi alla convinzione che le cose andranno a finire bene, un “successo” secondo i nostri criteri. Sperare significa invece ricordare che le cose hanno un senso a prescindere da come vanno a finire.
Avere speranza non ha nulla a che vedere con l’andamento delle cose nel mondo. È invece una sorta di dovere, un complemento indispensabile alla nostra libertà soggettiva, è il contrario del nichilismo.
Paradossalmente, peggio va il mondo, più dobbiamo aggrapparci alla speranza per continuare a resistere.
A questo punto Ypi ha ricordato che farsi questo tipo di domande — se abbia senso sperare o meno e quanto spazio lasciare allo smarrimento esistenziale — è un privilegio radicato nella posizione che occupiamo nel mondo e, allo stesso tempo, un potenziale di azione importante:
Chi vive sulla propria pelle l’insulto quotidiano alla propria dignità, la marginalizzazione, il silenziamento, chi viene lasciatə morire o è vittima di sterminio, si aggrappa alla vita piuttosto che chiedersi se ha senso avere speranza.
Il minimo che possiamo fare, qualsiasi sia la nostra posizione e il nostro ruolo nel mondo, è portare avanti la speranza, senza indulgere nel dubbio che abbia senso farlo.
D’altronde, ha concluso, tante delle libertà di cui godiamo oggi sono state ottenute grazie alle lotte di persone che in passato vivevano senza determinati diritti:
Per esempio, le forze che hanno portato all’emancipazione democratica, al welfare, ai sindacati, non erano élite aristocratiche: venivano dal movimento operaio. E allora non dimentichiamo che molti dei diritti che abbiamo oggi sono frutto di movimenti che hanno cercato di combattere il sistema e che alla fine sono riusciti a renderlo un po’ migliore.
La pesante sensazione di sentirci bloccate, stanche, affaticate di fronte a un mondo che collassa — socialmente ed ecologicamente — potrebbe alleviarsi se fossimo più consapevoli di quanto potere abbiamo pur nel nostro piccolo raggio d’azione quotidiano.
Sono uscita così dalla sala conferenza, con un fuoco che si riattizzava dopo il bajón e due domande: dove sto dirigendo la mia speranza? In che modo la manifesto?
Scriverne su Ojalá, per esempio, è uno dei miei antidoti. Parlarne dal vivo con le mie persone care, anche. Leggere le opinioni altrui, commentare le loro newsletter, partecipare a incontri dal vivo o online che attivano il pensiero critico e lo scambio di visioni, fare volontariato, votare, manifestare, arrabbiarmi — da sola o in compagnia — e non avere paura di dire perché, sono altre delle mie soluzioni di resistenza.
Sono soluzioni che entrano nella declinazione del verbo intimar, di cui avevo scritto qui:
Tu invece dove stai dirigendo la tua speranza?
La classe conta, oltre i confini
Diceva l’anno scorso Ypi durante un’intervista per Il Manifesto. Il suo discorso è più ampio, ma uno dei suoi punti fermi è la critica all’ideologia identitaria, un tema che sto sentendo particolarmente forte anche nella mia vita quotidiana da questo lato del Mediterraneo: vorrei scriverne presto su Ojalá.
Intanto mi sono segnata questo passaggio dell’intervista di Ypi:
Sono un’immigrata «privilegiata», ho superato i vari test di lingua e cittadinanza e non sono più considerata un peso per la società. Ma non so quanto durerà. Se continua l’assalto delle destre, dubito che si fermerà all’immigrazione irregolare. Quando si arriva alla caccia identitaria basta avere un cognome diverso per essere preso nel mirino. È accaduto in passato a chi faceva di cognome Goldstein o Levi e potrebbe accadere ora a chi si chiama Mohammed o Abdallah. Anche per questo è importante smascherare fino in fondo le narrative identitarie, per non ripetere gli errori del passato.
Un pezzetto di web da recuperare 🎁
Continuo con la missione di dedicare pezzetti del mio tempo ad angoli di web lenti, che aiutano a lenire la sensazione di urgenza digitale.
Birdwatching online
Tra le tante passioni che non mi sarei aspettata di sviluppare da adulta c’è il birdwatching. Non voglio diventare esperta, non vado in spedizione né compro attrezzatura speciale per coltivare questa bellezza: ho semplicemente scoperto la pace che mi dà cercare con lo sguardo e riconoscere gli uccelli quando vado in giro.
Per questo Searching for Birds è stata una deliziosa scoperta. È una creazione dell’artista e designer Nadieh Bremer che mi ha incuriosita per la bellezza della data visualization e per la semplicità non performativa con cui racconta la meraviglia dell’osservazione:
Esiste un tipo di birdwatching basato su un approccio semplice, cioè sul fatto di notare e osservare gli uccelli per il puro piacere di farlo, senza bisogno di conoscenze approfondite né di macchine fotografiche con superzoom. Una volta che inizi a osservare gli uccelli, probabilmente arriverà il momento in cui ne vedrai uno che cambierà tutto.
È quello che Bremer chiama “the spark bird”, l’uccello-fiamma che accende il desiderio di saperne di più, di imparare qualche nome e informazione più dettagliata.
Anche se il progetto di base è statunitense, sul sito trovi risorse per contribuire al riconoscimento degli uccelli in molte parti del mondo, per esempio tramite la piattaforma eBird: i dati inseriti in queste piattaforme — può farlo chiunque! — aiutano la ricerca ornitologica internazionale e sono un bell’atto di resistenza per unire il piacere della contemplazione della natura con l’attivismo digitale ed ecologista. 💜
📚 Letture e visioni che aprono mondi
Cosa significa vivere in libertà? Una chiacchierata, sottotitolata in inglese, tra Lea Ypi e una scolaresca di Barcellona: è ricca di aneddoti e riflessioni storiche ma anche sul senso di dirci persone libere nel capitalismo.
Un’altra scrittrice dei nostri tempi che in questo periodo attizza la mia speranza? Jeanette Winterson. La trovi anche su Substack con la newsletter Jeanette Winterson: Mind Over Matter. Se non hai mai letto niente di suo, questa intervista recente per El País è un buon modo per iniziare. (Potresti scontrarti contro un paywall, scrivimi in privato per sapere come sono riuscita a leggerlo.)
Multilinguismo e identità. Se cambi lingua, sei sempre tu? Una conversazione tra Gaia Donati di Paltò e Sara di Frammezzo | In-Between, il cui titolo, bellissimo, è una promessa.
A un uomo non deve piacere una donna che non può fare a meno di leggere: lo scriveva nel suo diario a fine anni ‘50, prima di diventare famosa, Carolina Maria de Jesus, scrittrice brasiliana afrodiscendente e favelada nella favela di Canindé di São Paulo. Me l’ha fatta conoscere Rocío grazie all’ultimo episodio di Sudestada, una meraviglia.
Politici giapponesi — uomini — che indossano una protesi di 7 kg per capire cosa si sente a vivere la quotidianità come una donna in gravidanza: posso dire che sono piena rasa di questi “esperimenti sociali” che mirano a generare empatia solo con l’esperienza diretta di una condizione? Ci serve una politica, e una società, per dirla breve, che creda alle fatiche ed esigenze altrui senza doverle necessariamente vivere in prima persona.
La Scuola Normale di Pisa ha acquistato circa 40 dei 381 libri che l'Accademia Navale degli Stati Uniti ha rimosso dai propri scaffali di consultazione un anno fa, in seguito alla censura del governo USA delle opere su diversità, equità e inclusione per la formazione di studenti nelle scuole e accademie militari. (Grazie a Enrico Battocchi per l’info!)
Per oggi chiudo qui. Vuoi dirmi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
Rispondi a questa email o scrivimi su ojala [at] aliceorru.me 📧
Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
Se ormai conosci Ojalá e apprezzi il mio lavoro, dai un’occhiata al piano a pagamento: con 40 euro sostieni questo progetto per un anno intero e hai accesso a tutte le risorse originali, passate e presenti, che condivido.
Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice
Havel fu un drammaturgo e politico ceco: dissidente e leader durante la Rivoluzione di Velluto cecoslovacca, fu eletto presidente della Cecoslovacchia e, come ricorda questo suo profilo sulla Treccani, dopo le elezioni del giugno 1990, fu il primo capo di stato non comunista dal 1948.





"Quanto è strambo il mondo. Per farsi ascoltare dagli uomini con attenzione, bisogna parlare agli uccelli" dice il personaggio di Francesco d'Assisi rivisitato da Dario Fo . Ciao Alice, grazie per queste tue riflessioni. Condivido a pieno l'idea di praticare la speranza come atto di responsabilità (e sono contenta di essere atterrata in questa puntata con il soffiare del vento 😊).
Sono un po' di anni che non leggo un libro di Winterson (forse dalla pubblicazione di Perché essere felice quando puoi essere normale?) quindi ritrovarla qui su Substack, tempo fa, anche per me è stata una bella scoperta! Mi ritrovo anche molto nel discorso ornitologico 😁 nel mio caso riguarda la fissa per il canto. Da due anni ho cambiato casa e dopo posti sempre molto rumorosi causa auto, ora subito in un comprensorio dove c'è una fauna volatile incontenibile, soprattutto a livello udituvo. Un giorno si è posato sul balcone un codirosso spazzacamino, ed era così bello che ho iniziato a scaricare app per riconoscere il canto degli uccelli per capire cosa ci fosse intorno. C'era una varietà che non avrei mai immaginato!