#132 Bisogna esserci
Un mandato che ciclicamente torna a disturbarmi e interrogarmi. Grazie a Leonora Carrington per aver dato una metafora pittorica alla mia "crisi luddista".
Ciao!
La settimana scorsa Ojalá è andata alla manifestazione dell’8M a Barcellona e non ha avuto paura di farsi vedere arrabbiata. Due settimane fa, invece, ha compiuto cinque anni e aperto una nuova finestra
In questo episodio:
Ojalá arriva di martedì perché ieri avevo bisogno di stare a leggere.
Tra le decine di schede aperte del browser ho trovato Autoritratto, il quadro di Leonora Carrington che ha dato la svolta all’episodio che stai per leggere.
Parlo di una sensazione di cui a volte mi vergogno: la chiamo, per ridere, “crisi luddista”.
Momento amarcord, che già metteva le basi sui miei malesseri odierni: quando mi ribellai a Facebook e Whatsapp, chiudendo tutto. Ma poi tornai.
Hay que estar, scrive Mar Gallego, una critica al “bisogna esserci” che non lascia spazio alla scomodità della presenza sui social (ma anche sulle piattaforme di LLM, dico io).
Intanto il 25 marzo si avvicina: ci vediamo online?
Altre letture che aprono mondi.
Questo episodio di Ojalá sarebbe arrivato puntuale di lunedì se ieri non avessi sentito il bisogno di dare un po’ di tregua alla mia fatica mentale e passare qualche ora al sole, leggendo Una donna di Annie Ernaux.
In questo periodo più che in altri, quando posso, cerco di ascoltare con più indulgenza quello che il corpo mi chiede e dargli retta. Spesso il risultato è che me ne sto da sola a leggere. Come scrivevo anche nell’episodio 99 di giugno scorso, mi riapproprio di quello spazio primigenio e imparato nell’infanzia, in cui
leggo ancora con lo stesso trasporto, con la stessa famelica speranza di trovare risposte e finestre da aprire su vite già vissute o scritte. Lo faccio anche con la cosciente volontà di dissociarmi da un mondo che a seconda dei giorni risulta essere davvero troppo.
Autoritratto
Una volta tramontato il sole ho provato a rimettere mano alla newsletter ma niente mi andava più bene. Il testo che avevo scritto non filava, proseguiva incerto verso un punto che non avevo la lucidità (o il coraggio) di nominare.
Poi, non ricordo più come, scartabellando tra le decine di schede aperte del browser, sono arrivata a questo dipinto di Leonora Carrington, pittrice e scrittrice femminista nata in Inghilterra ma naturalizzata messicana. Si intitola Autoritratto, è del 1938:

Carrington si ritrae al centro di una stanza spoglia con un’espressione seria, le labbra piccole tinte di rosso e una chioma di capelli castani lunghi e indomabili. Non c’è ordine nella sua testa e nemmeno nella sua posizione, seduta sul bordo di una poltrona azzurra con le nappe. Tiene le gambe larghe, come se fosse pronta a saltare in piedi. Indossa abiti aderenti, una giacchetta verde e pantaloni bianchi da equitazione, scarpe nere con il tacco.
Sulle prime non riesco a staccare lo sguardo dal suo viso corrucciato, tanto che non mi chiedo cosa ci faccia una iena scalpitante a poca distanza dai suoi piedi. Neanche Carrington guarda la iena ma tende verso di lei il braccio destro: la vuole toccare? O ce la vuole solo indicare?
Dietro la poltrona della pittrice fluttua un cavallo a dondolo la cui ombra si riflette sulla parete. Lo stesso cavallo bianco, vivo e libero, galoppa sul prato che si intravede dalla finestra aperta nella stanza.
Come scrive Raquel García Portillo1 nella scheda sull’enciclopedia Historia-Arte (uno dei miei siti web preferiti):
Nonostante si sia vista relegare a personaggio secondario della sua vita — amante del grande artista Max Ernst e figlia di genitori che la rinchiusero in un istituto psichiatrico – Leonora Carrington è stata sempre e prima di tutto una creatrice: una qualità che ai suoi colleghi surrealisti valse la qualifica di genio, mentre a lei l’etichetta di mostro. […]
L’intepretazione più comune collega questa bizzarra scena alle storie eccentriche che Carrington scriveva in quel periodo con una salute mentale precaria. Eppure l’opera sembra una delle migliori interpretazioni pittoriche della famosa frase di Jean-Paul Sartre: «L'inferno sono gli altri».
Il cavallo a dondolo che spicca sulla parete della stanza non è altro che l’immagine che il mondo vede del cavallo vivo che galoppa sullo sfondo.
Genesi di una “crisi luddista”
Quest’ultima frase di García Portillo si è incastrata a perfezione nel sentimento che stava bloccando la mia scrittura. Un sentimento che non è emerso mica ieri. Prima di mandare questa newsletter ho vissuto alcuni giorni pieni di una sensazione conosciuta ma difficile da definire, soprattutto perché me ne vergogno: per riderci su, nella chat con le mie amiche l’ho chiamata “crisi luddista”.
💡 Dalla Treccani, la definizione di luddismo se ti serve una rinfrescata:
Movimento operaio nato in Gran Bretagna negli anni 1810, con l’obiettivo di sabotare le macchine introdotte nelle industrie (ritenute causa di disoccupazione e di bassi salari). Mentre l’origine del nome è questione controversa (sembra discendere dal nome dell’operaio N. Ludd, sabotatore di un telaio nel 1779), le ragioni della nascita possono essere probabilmente individuate nei problemi sociali e politici che accompagnarono la rivoluzione industriale inglese, nonché la crisi economica sperimentata dalla Gran Bretagna nel corso delle guerre napoleoniche.
Sono in conflitto, grande e poderoso, con la realtà tech in cui mi muovo per lavoro. Con la mole di informazioni a cui cerco di dare un senso per rimanere dentro il gioco — quello che in parte mi aiuta a pagare l’ipoteca — e la paura di perdermici dentro insieme a certi diritti di cittadina digitale. Con la tensione tra il rimanere al passo coi tempi e il rigurgito del tech-entusiasmo. Con le innumerevoli voci che tirano acqua al loro mulino tech e che riusciranno comunque a piazzarti una funzionalità AI-based non richiesta, facendola passare come scelta inevitabile. Con l’illusione di poter scegliere il “meno male” tra gli strumenti dei tech-oligarchi del presente.
So da che parte voglio stare, ma tra le idee e la pratica a volte c’è di mezzo una fatica immensa.
Il mio “moto luddista” è un sentimento vecchio e ondivago. Ci sono periodi in cui è più forte di altri e coincide con una spinta immantinente all’azione. O alla fuga, sarebbe più preciso dire.
Per esempio: ho ritrovato un articolo che scrissi nel 2017 sul perché avevo deciso di cancellare il mio storico account Facebook e smettere di usare Whatsapp. Ricordo bene quella decisione: arrivò alla fine di un breve periodo di letture e presa di consapevolezza sul tema della sorveglianza digitale da parte di Meta — prima ancora che si chiamasse così. Non potevo più accettare di regalare la mia identità digitale a un sistema costruito per estrarla e generarne profitto mentre se pasaba mis derechos por el forro2.
Niente di nuovo, in quest’epoca di governo delle tech-oligarchie
Che tenerezza provo ora a ripensarmi così combattiva e ribelle, irremovibile al compromesso. In quel 2017 chiusi tutti i miei rapporti con Meta, diligente e decisa a non dermordere. Invece dopo quasi due anni tornai. Prima su Whatsapp. Poi su Instagram, dove già facevano rete molte persone della mia cerchia. E infine anche su Facebook, ma con un account nuovo, pensato per il solo uso professionale (e dove ancora si sente l’eco, per quanto è vuoto).
Fu un pensiero ricorrente a farmi tornare: il compromesso del “bisogna esserci”, soprattutto quando la tua professione — dicevano — funziona sulle basi del personal branding. In realtà la presenza professionale non fu l’unico, utilitaristico, motivo per scendere a compromessi con la mia etica. Sono stata teenager con un modem 56K a metà anni ‘90, ho aperto il mio primo blog nel 2001: esistere, per me, è condizione intrinsecamente legata allo stare anche sul web. Onlife, in quel terreno seminato di possibilità di ascolto e conoscenza che non avrei percorso altrimenti. Starne fuori, abbandonare la piazza digitale, era come lasciare inascoltata una parte di me.
Trovare l’equilibrio su come stare dentro, ma standoci bene, è stato tutto un altro paio di maniche. Oggi mi chiedo con quante energie sono disposta a perseverare per cercare l’equilibrio anche nell’ambiente che mi ha vista crescere professionalmente.
Allargo questo quesito all’ambito comunitario. Per quanto tempo ancora ci concentrereremo sul cavallo a dondolo che occupa la parete della stanza di Carrington, invece di guardare oltre la finestra e ricordare che possiamo ancora galoppare su un cavallo vero?
Hay que estar
Proprio ieri, l’autrice andalusa Mar Gallego — “operaia dell’incultura” — ha scritto un pezzo che si intitola Hay que estar (“bisogna esserci”). Come il quadro di Carrington, mi ha fatta sentire parte di un moto collettivo in cui sono le domande, più che le affermazioni, a nutrirmi di questi tempi. Scrive Gallego, che mi permetto di tradurre:
L’altro giorno un’amica ha scritto che ci sono cambiamenti che non sono un gran passo per l’umanità, ma lo sono per la nostra umanità. Credo che quello che la mia intelligentissima amica voleva trasmettere è che l’umano — come categoria universale — lascia molto a desiderare, e che ognuno ha il diritto di scegliere in quali luoghi smettere di lasciarsi disumanizzare.
[…] E allora questa cosa che ci ripetiamo, che “sui social network bisogna esserci”, che dappertutto “è necessario rimanere per generare resistenza e punti di riferimento”, per me sta diventando un mantra inconcepibile e insostenibile.
Dove smettiamo di stare, quando scegliamo di rimanere in luoghi che ci espellono?
Dove smettiamo di stare, quando ci perdiamo in uno scrolling ogni volta più violento che coltiva l’omissione di soccorso di massa e a catena?[…] La critica non è una deriva contro la tecnologia, ma contro il fatto di non metterla in discussione. Questa critica si chiede perché il diritto alla casa, agli spazi fisici, si sta perdendo proprio mentre gli spazi virtuali stanno raggiungendo il loro apice.
So perché continuerò a restare lì [ndt. su Instagram] e anche su Substack, una rete che non sarà la stessa tra qualche mese o anno; ma ho voglia di difendere il diritto a non generare discorsi né presenza in ogni dove. Difendere non solo il diritto ad accedere a tecnologie più umane, ma anche a poter prescindere da esse. Il diritto a non stare in quei luoghi di svago dove mi viene negata la possibilità di essere presente, la possibilità di agire.
Sono cosciente di star mettendo tante questioni sul piatto e di tralasciare, nel farlo, posizioni tecno-consapevoli con cui sono anche d’accordo, la maggior parte delle volte. Ma non è questo il giorno in cui voglio scriverne con misura ed equilibrio: pensami con lo sguardo di Carrington mentre indico la iena.
Hai letto fino a qui? Grazie infinite per aver seguito il filo.
Vuoi dirmi cosa ne pensi? Non ci hai capito niente?
Ne parlo volentieri nei commenti:
Ci vediamo il 25 marzo?
L’anno scorso, per il suo quarto anniversario, Ojalá si è allargata su uno spazio più intimo e radicato: la biblioteca digitale ospitata nel mio sito web.
La biblioteca è il posto in cui conservo e condivido le guide di scrittura, le campagne virtuose, i pezzetti di web lento, i consigli di lettura e di visione che arricchiscono questa newsletter di settimana in settimana.
Da marzo Ojalá avrà anche uno spazio di condivisione live: una volta al mese ci ritroveremo su Zoom per parlare in diretta di policulturalità, comunicazione inclusiva, accessibilità, salsa brava, vita catalana y mucho más…
Questa settimana manderò alle persone con un abbonamento, mensile o annuale, le informazioni per partecipare all’incontro. Per ora segna la data: mercoledì 25 marzo dalle ore 20:00 alle 20:30.
Avremo spazio per rompere il ghiaccio, dare una voce collettiva a Ojalá e aprire insieme questa nuova finestra sul mondo. Non vedo l’ora!
Vuoi unirti anche tu? Si parte da qui:
📚 Letture e visioni che aprono mondi
Un’inchiesta di The Verge e The New York Magazine che mi ha fatto, e non lo dico in senso figurativo, fare gli incubi: You could be next. Come funziona il mercato lavorativo delle aziende che cercano persone con le esperienze professionali più disparate per allenare i Large Language Model. (Potresti scontrarti contro un paywall, scrivimi in privato per sapere come sono riuscita a leggerlo.)
Una delle poche ragioni per cui certi usi attuali della IA mi entusiasmano è legata al miglioramento della vita per le persone con disabilità. Questo non significa che il tech-entusiasmo stia facendo solo del bene al mondo dell’accessibilità, anzi. Lo spiega bene una delle più grandi esperte che leggo, Sheri Byrne-Haber, che in questo articolo si cala nella realtà delle professioni legate all’accessibilità digitale: AI will Eliminate the Need for Accessibility Professionals? I think not.
Dense Discovery, la newsletter di Kai, una delle persone che leggo da anni e mi piacerebbe avere come amica. Soprattutto dal momento che si presenta così: Like you, I’m trying to make sense of our increasingly noisy digital world.
Una lettura che fa bene per riportare sulla terra – la stessa su cui si muovono razzismo istituzionale e compromessi politici – l’operato di Pedro Sánchez in Spagna: Dare a Sánchez quel che è di Sánchez. E niente di più, di Roberta Cavaglià per Assistente Civico.
Mi auto cito tra le letture consigliate? Certo. Sto realizzando che spesso sono le opere d’arte a darmi il la necessario a sbloccare la scrittura di Ojalá. È successo anche qui:
Quella tecnica vecchia come il mondo. Una didascalia del Museo del Prado mi ha dato da pensare: arte, oggettificazione del corpo della donna e violenza sessuale.
L’intimità è roba da donne. Un incontro di storia dell’arte con prospettiva di genere: Isabel Quintanilla e la prospettiva dell’intimità domestica che si riserva alle donne.
Adiacenza e memoria. Un episodio color magenta e blu turchese, i preferiti di Baya Mahieddine.
Per oggi chiudo qui. Vuoi dirmi cosa ne pensi di questa newsletter, propormi una collaborazione o semplicemente mandarmi un saluto?
Rispondi a questa email o scrivimi su ojala [at] aliceorru.me 📧
Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012. Lavoro come consulente e formatrice DEI, scrivo articoli per blog e testate che si occupano di accessibilità e inclusione, e traduco molte stringhe di software per aziende internazionali.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
Se ormai conosci Ojalá e apprezzi il mio lavoro, dai un’occhiata al piano a pagamento: con 40 euro sostieni questo progetto per un anno intero e hai accesso a tutte le risorse originali, passate e presenti, che condivido.
Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice
La traduzione è mia.
Tengo questa frase in spagnolo perché non riesco a staccarmi dal suo senso colloquiale. In sintesi: pasarse por el forro qualcosa significa disdegnarla, ignorarla senza ritegno.




Grazie per la menzione Alice!
Credo che, nonostante tutto, sia normale avere dubbi e incertezze su tutto ciò che sta capitando in maniera troppo veloce. Sono cambiamenti che non ci danno neanche il tempo di ambientarci che già siamo costretti a subirne altri. Per quanto mi riguarda penso spesso che il modo migliore per starci dentro è non perdere la lucidità, che non vuol dire scappare o opporre resistenza, ma riuscire a starci dentro con equilibrio senza perdere di vista ciò che siamo e che vogliamo continuare ad essere. Non è facile, ma forse può essere il modo migliore per tenerci svegli e vigili in un tempo che ci vorrebbe tutti uguali e orientati su un’unica direzione.