#140 Internas
Come vivono le internas, lavoratrici domestiche, in Spagna? Una mostra con alcuni loro ritratti e storie. Un romanzo che ne parla. La feria del libro di Madrid e il rifiuto del concetto di autentico.
Ciao! L’ultimo episodio di Ojalá conteneva una bella lista di letture e visioni tra cui il nuovo libro di Brigitte Vasallo, campagne spagnole per i diritti LGBTQIA+ e l’anniversario della Nakba.
In questo episodio:
Ojalá torna dopo due settimane di pausa. Nel mezzo ho visitato la Feria del Libro di Madrid.
Non mi sono fermata solo ai libri: tra le mostre presenti in città, ho visto Cama Adentro e sono rimasta per molto tempo dentro le storie che ritrae.
Qualche dato per capire cosa significa lavorare come interna in Spagna. Più una domanda: cosa posso leggere per saperne di più sulla situazione italiana?
Cenere in bocca, il romanzo la cui protagonista è una donna immigrata dal Messico che lavora anche come interna, a Barcellona.
Parto da Getafe per un veloce pensiero sul senso dell’autentico quando facciamo turismo.
Altre letture e visioni che ti consiglio.
In queste due settimane di pausa ho corretto compiti di studenti, scritto molto, pubblicato poco, e riflettuto sul futuro del mio lavoro. È un periodo di grandi domande, a ver che risposte vengono fuori.
Nel mezzo, sono stata per qualche a giorno alla Feria del Libro di Madrid. Volevo vederla finalmente dal vivo: fare un giro tra le centinaia di casetas di librerie e case editrici spagnole allineate sul lungo viale del Parco del Retiro; parlare con alcune libraie che conoscevo solo attraverso le storie di Instagram; ascoltare autrici e autori amati in conversazione su scrittura e humor negro come strumento per affrontare i drammi delle nostre vite collettive. Ho vinto la sensazione di cringe e chiesto a Brenda Navarro di scattarci una foto da mandare alle compagne di Chispas — il club online del libro iberico — perché solo pochi giorni prima avevamo discusso del suo romanzo Cenere in bocca.
Questo numero di Ojalá c’entra con Cenere in bocca e con la periferia di Madrid.
Se invece preferisci recuperare prima qualche osservazione sul centro di Madrid, due anni fa avevo scritto questo:
Empezamos.
Asunción del Paraguay. 59 anni. Due figli, quattro nipoti, 20 anni di vita a Madrid. «Facevo una buona vita fino allo scoppio della crisi in Paraguay. Avevo un’attività commerciale ma ho dovuto chiudere. Per mantenere il tenore di vita dei miei figli sono dovuta venire di qua». Sua sorella viveva già in Spagna. Ha venduto la macchina, lasciato i figli piccoli con un’altra sorella. Nel 2006 inizia a lavorare come interna. Famiglia 1: una hostess, due bambini, appartamento piccolo, dormiva sul divano in cucina, dopo 15 giorni è andata via. Famiglia 2: tre bambini — due anni e mezzo, otto mesi e appena nata —, casa a due piani, stanza da letto in garage, ha lavorato per loro per 5 anni e mezzo; dopo un’operazione chirurgica ha chiesto un permesso per la convalescenza, l’hanno licenziata. «Sono uscita con mia sorella a mangiare e ci siamo ritrovate in una retata da Aluche»: 2007, mercatini di natale, 23 dicembre, controllo documenti all’entrata del metro, questura, l’hanno schedata per l’ingresso in un CIE, provvedimento di espulsione, processo, ha perso, ricorso, per 4 anni non è uscita dalla casa in cui lavorava, alla fine ha dovuto pagare una multa. Famiglia 3: psicologa e dentista, Moraleja, violenza di genere. Famiglia 4: bambini 7 e 13, ci è rimasta per 5 anni. Famiglia 5: psicologa e ginecologo, due figli di 7 e 10 anni, non le hanno fatto il contratto. Ne trova un altro, invia soldi alla famiglia, documenti, dopo 10 anni torna per un mese in Paraguay, i figli la trattano come un’estranea, il legame tra loro si è spezzato. Suo figlio ha un incidente, 24 anni, se lo porta in Spagna, ora stanno lavorando per ricostruire il loro rapporto. «Ho conosciuto il SEDOAC1 e ho affrontato la mia capa, sono riuscita a ottenere il permesso per una giornata di uscita a settimana». Famiglia 6: coppia e due figli grandi, 9 anni, lavoro come esterna. «Ho conosciuto un gruppo di donne nella mia stessa situazione: sapere che in quel momento, uno dei peggiori, non ero sola mi ha dato la forza per lasciare il lavoro di interna, la mia vita è cambiata». Oggi è presidente del SEDOAC.
— mia traduzione della storia di Delia, Cama Adentro, 2026.
Sono frasi brevi, a volte frammentate come appunti presi nella fretta di raccontare una vita, quelle che accompagnano i ritratti della mostra Cama Adentro, opera dell’artista argentina Eulogia Merle.
I ritratti si trovano tra le vetrine di reperti e storia coloniale del Museo de América di Madrid, testimoni presenti di un conflitto mai risolto con la penisola iberica. Sono dipinti a grandezza naturale, così le protagoniste riassumono la loro vita guardandoti direttamente negli occhi.
Sono ritratti che parlano prima di tutto con la presenza, quella che ancora viene negata a molte donne migranti — soprattutto latinoamericane — che lavorano come assistenti domestiche nelle case spagnole.
Le chiamano internas, interne, perché vivono nelle case in cui lavorano; in Argentina invece si usa l’espressione cama adentro, letteralmente “letto dentro casa”. In italiano si parla più comunemente di colf o badanti, ma mi sfugge la sfumatura linguistica per distinguere quelle che vivono in pianta stabile in casa dei datori di lavoro. Esiste?
L’abitudine di impiegare donne migranti che si occupano a tempo pieno, giorno e notte, della cura di case e famiglie altrui — pulizie, cucina, spesa, assistenza alle persone di età alta, all’infanzia e agli animali domestici — è ancora frequente in Spagna. Secondo l’ultima ricerca Oxfam Intermón, nel 2024 le lavoratrici internas erano più di 38mila. Per legge il loro orario di lavoro può raggiungere le 60 ore settimanali, ma è facile immaginare che questo monte ore venga oltrepassato, visto che una interna su quattro lavora in nero. A molte di loro, come emerge anche dalle testimonianze di Cama Adentro, viene negata la libertà di disporre del proprio tempo libero o della propria intimità. Questo le rende uno dei gruppi professionali più vulnerabili, persone nelle cui esperienze si intersecano discriminazioni sessiste, razziste e classiste.
Per questo motivo, associazioni come SEDOAC — Servicio Doméstico Activo — associazione no-profit fondato da un gruppo di donne lavoratrici domestiche, chiedono da anni che il lavoro di interna venga abolito.

Un’intervista alla portavoce di SEDOAC, comparsa su Newtral in occasione della manifestazione del 2023 diceva:
Sacrifichiamo la nostra libertà in cambio di un tetto e del cibo; in molti casi finiamo per diventare una proprietà. Chiediamo l’abolizione del regime di interna perché così non è possibile garantire un’assistenza dignitosa né alle persone che assistiamo né a noi lavoratrici.
E in Italia?
Mi sarebbe piaciuto aprire una finestra anche sulla situazione italiana, ma non sono riuscita a trovare dati precisi ed equiparabili al concetto di lavoro domestico interno spagnolo. In Italia esiste una ricerca, anche solida, sul piano giuridico e sociologico, ma mi sembra di notare una grande differenza (sono pronta come al solito a essere smentita): rispetto alla Spagna, non trovo ricerche accessibili che partano in modo esplicito dall’esperienza soggettiva delle lavoratrici domestiche.
Vedo articoli e sintesi di ricerche che affrontano il lavoro domestico e di cura più dal punto di vista delle famiglie datrici di lavoro e delle istituzioni: si parla di mercato, norme, costi e regolarizzazione, contributi e organizzazione del servizio ma sempre dal lato di chi paga, non di chi lavora.
L’unico testo che ho trovato e che include direttamente le voci di lavoratrici e lavoratori domestici in Italia è Lungo cammino verso la dignità, un saggio di Francesco Antonelli, Emanuele Montemarano, Santina Musolino e Emanuele Rossi, uscito per Vita e Pensiero nel 2023. Non ho però avuto modo di leggerlo, tu lo conosci? O ne avresti altri da consigliare?
Lavora come interna anche la protagonista di Cenere in bocca, il romanzo dell’autrice messicana Brenda Navarro. Un libro che racconta l’intreccio tra emigrazione latinoamericana e sfruttamento delle assistenti domestiche in Spagna con uno humor negro tipicamente messicano.
Così era anche quell’appartamento in Carrer d’Aragó. Tanta storia, tanto odio, tanta ribellione, ma eccoci lì: la famiglia che viveva affittando metà dell’appartamento della nonna e la messicana che li serviva, come da cinquecento anni a questa parte. Catalani, spagnoli, andalusi… niente, per me erano tutti uguali e per loro tutte noi eravamo uguali. Né più né meno.
[…] E questa è la tua stanza, non c’è la finestra, ma dato che starai badando alla nonna, sarai sempre nella sala con i finestroni.
— pag.157, traduzione di Gina Maneri, La Nuova Frontiera, 2023.
Poche settimane fa è stato presentato a Cannes il film omonimo tratto dal romanzo, diretto da Diego Luna. Ora che ho visto il trailer sono molto curiosa di vederlo:
A Getafe
Durante i giorni madrileñi non ho soggiornato in città perché, banalmente, non me lo sono voluta permettere. Complice anche l’intersezione tra arrivo imminente del Papa e residenza musicale di Bad Bunny al Riyadh Air Metropolitano, il prezzo delle stanze a Madrid era abusivo. Da tempo non uso più AirBnb né Booking, quindi ho scartato a priori qualsiasi soluzione in appartamento turistico, dove forse avrei spuntato un prezzo più basso di qualche euro; per il momento preferisco non usare nemmeno House Exchange, per motivi di cui forse scriverò in futuro.
Ho quindi ripiegato su una catena di hotel con prezzi per me accettabili e che si fregia di una certificazione B Corp — dettaglio che prendo comunque con le pinze. L’hotel si trovava a Getafe (città a sud di Madrid) e aveva un grosso plus strategico: stava di fronte alla Lidl, il che mi ha regalato serafiche e low-cost cene in camera, mentre lasciavo sgonfiare piedi e caviglie dopo i km percorsi al Retiro in condizioni climatologiche sfidanti. 🔥
Contro l’autentico
A Getafe vivono quasi 200.000 persone, molte delle quali lavorano nella vicina base militare, nelle fabbriche del circondario e nella capitale. Confrontare la sua urbanistica — il quartiere vista autostrada A-42, i nuovi condomini “zebra”2 e le casas bajas simbolo dell’edificazione operaia del primo Novecento — con quella del centro di Madrid dove si svolge la feria del libro mi ha ricordato l’antipatia che provo per l’aggettivo “autentico”.
Parola prezzemolo che non manca mai nei racconti di viaggio social, l’autentico è una sorta di santo graal del viaggio vero™️ in trio con il tradizionale e il genuino.
Difficile pensare che gli account di viaggio dediti a scovare i posti “più autentici” citino posti come Getafe. Eppure migliaia di persone ci vivono da decenni e migliaia di altre ci si stanno trasferendo, espulse dal caro prezzi immobiliare della capitale. Fenomeno che racconta la realtà delle emigrazioni interne in un’epoca sfiancata dalla gentrificazione e turistificazione delle metropoli europee.
Mentre il centro storico di Madrid sfoggia gli eleganti palazzi dell’alta borghesia, i parchi immensi, i negozi di souvenir, le taverne storiche di tapas soffocate tra un bubble tea e una poké, nonché le grandi opere di ristrutturazione che sbiancano le facciate dei quartieri un tempo considerati bravos, a Getafe si torna a casa. La mattina al bar con 3,50 € si riesce a far colazione con tostada de tomate e cafe con leche a temperatura lavica nel bicchiere di vetro. Poi si gira l’angolo e si trova il nuovo cocktail bar nero grafite che serve i brunch la domenica mattina.
Cos’è più autentico, in questo panorama: la città o la periferia? Chi decide cos’è autentico e cosa no? Che punto di vista, quale sguardo sul passato si cerca, quando pretendiamo di trovare l’autentico nelle nostre scorribande turistiche? E perché questa parola quasi mai si usa per le periferie come Getafe?
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📚 Letture e visioni che ti consiglio
(Autocit.) La temporanea routine da turista pendolare nella capitale mi ha fatto pensare al rapporto che negli anni ho sviluppato con il concetto del viaggio. Ne avevo accennato qualche anno fa qui:
Quando scrivo di viaggi, turismo e sguardo esterno, mi torna sempre in mente il blog di Federica Marrocu, dove anche stavolta trovo un pezzo utile per approfondire: Chi decide che un luogo è brutto?
AirBnb Spagna ha iniziato a lanciare una campagna video che mi fa temere. Si chiama Llegar más cerca, “avvicinarsi”, e ne stanno parlando come di un’ode ai paesi rurali, la celebrazione del ritorno al pueblo molto caro all’immaginario estivo spagnolo. Tra le dichiarazioni del reparto marketing che commentano la campagna non poteva mancare l’aggettivo autentico:
«Celebriamo un modo di viaggiare più autentico, più in sintonia con il territorio e con tutto ciò che vi accade.» AirBnb, molla i paesi, ti prego. Nada, sono piena.Una cosa bella di quando viaggi in autobus a Madrid: un codice QR che ti porta sul portale delle biblioteche pubbliche, con una selezione di libri digitalizzati da leggere mentre arrivi a destinazione.
Da quando è iniziata la residenza di Bad Bunny a Madrid, le opinioni sulla questione Casita, il privé al centro dello scenario dove vengono invitate persone più o meno famose a ballare (ed essere filmate), si sprecano: non conto più le colonne sui quotidiani e le opinioniste spagnole sui social che ne hanno parlato. Anche in questo caso sono piena. Se però ti interessa approfondire, Flavia Brevi ha riassunto tutto con precisione in un ricco episodio della sua newsletter: Bad Bunny e la tentazione della contraddizione.
Per oggi chiudo qui, se tutto va bene ci risentiamo la settimana prossima.
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Rispondi a questa email o scrivimi su ojala [at] aliceorru.me 📧
Sono Alice Orrù, sarda emigrata a Barcellona nel 2012.
Fiera della sua residenza, la mia newsletter contiene incursioni di vita catalana e tanta, tanta salsa brava. 🍟
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Grazie per aver letto fino a qui. 💙
Alice
SEDOAC sta per Servicio Doméstico Activo: è una associazione no-profit di donne migranti che lavorano nell’assistenza domestica. Dal 2005 le socie si sono organizzate per fare rete e chiedere condizioni di lavoro più eque nonché rispetto dei diritti umani, cosa non scontata in un contesto vessato dal lavoro in nero e dal razzismo euro-bianco.
Chi lavora nell’urbanistica li definisce i nuovi prodotti del “fast food immobiliario”: sto parlando delle nuove costruzioni condominiali a strati bianchi e neri. Qui un articolo de El País che parla di come sta cambiando il paesaggio urbano delle città spagnole per via di questo tipo di edifici.









Grazie come sempre della menzione! In effetti ho visto un sacco di contenuti in spagnolo sulla casita, mentre in Italia ha fatto più scalpore la denuncia del proprietario della casita rosa originale.
Ciao Alice, anch'io non sono aggiornatissima ma mi sembra di capire che colf (se qualcuno lo dice ancora) si riferisca a una persona che viene a fare i mestieri, mentre con badante si indica chi si prende cura di una persona anziana e può indicare sia una persona che vive lì che una che viene durante il giorno o durante la notte. Per chi si occupa di bambini sento di solito tata, ma non conosco personalmente nessuno che abbia una tata che vive con loro.
La mia famiglia ha avuto due signore ucraine negli ultimi anni di vita di mio nonno, la prima veniva nei primi anni a fare i mestieri durante il giorno, poi si è messa in proprio con un altro lavoro. La seconda invece ha vissuto nella casa di mio nonno fino alla morte di lui. Aveva un contratto regolare "da badante", che regola le ore di lavoro, le ferie, le pause durante il giorno. Entrambe avevano situazioni famigliari complesse: erano andate in Italia molto prima della guerra lasciando vari membri della famiglia che mantenevano dall'Italia, poi con la guerra le loro famiglie si sono ulteriormente frammentate (tra Polonia, Ucraina e Italia).
Ho letto nel corso degli anni interviste e testimonianze sui giornali locali della bergamasca, se riesco a recuperare qualcosa te lo giro! La mia famiglia è molto coinvolta nell'associazione Auser e so che collaborano con l'associazione delle badanti (non so se è il nome ufficiale ma qualcosa del genere).